Atlante delle lingue

Lingue dell’antichità

Roma antica

Lazio e Impero romano · dalle prime iscrizioni alle lingue romanze

Il latino nacque come parlata di un piccolo territorio intorno a Roma. Con la potenza romana si diffuse in tutta l’Italia e nella metà occidentale dell’impero, divenne la lingua del diritto, dell’esercito e in seguito della Chiesa e dei dotti, e dalla sua forma parlata nacquero il francese, lo spagnolo, l’italiano, il portoghese, il romeno e le altre lingue romanze. L’alfabeto che i Romani ripresero dagli Etruschi si usa oggi per più di tremila lingue.

La lingua di un piccolo territorio

Il latino era in origine la lingua dei Latini, il popolo del Lazio sul basso corso del Tevere, dove secondo la tradizione Roma fu fondata nel 753 a.C. Appartiene al ramo italico delle lingue indoeuropee. Il suo parente più stretto era il falisco, la lingua della vicina Falerii; parenti più lontani erano l’osco, parlato nell’Italia meridionale (lo si scriveva per esempio a Pompei), e l’umbro, noto soprattutto dalle Tavole Iguvine in bronzo di Gubbio.

L’Italia di quel tempo era plurilingue. A nord di Roma vivevano gli Etruschi, la cui lingua non era indoeuropea; nel sud e in Sicilia c’erano città greche. Il latino si diffuse insieme alla potenza romana: prima in tutta l’Italia, poi nelle province occidentali dell’impero. In oriente rimase la lingua dell’esercito e di parte dell’amministrazione, ma la lingua parlata e scritta di tutti i giorni restò il greco.

Il Foro Romano a Roma, visto dai Musei Capitolini. Nella sua parte nord-occidentale, sul luogo del più antico spazio per le assemblee (il Comizio), un cippo di pietra che reca una delle più antiche iscrizioni latine giace sotto la pavimentazione di marmo nero chiamata Lapis Niger.
Il Foro Romano a Roma, visto dai Musei Capitolini. Nella sua parte nord-occidentale, sul luogo del più antico spazio per le assemblee (il Comizio), un cippo di pietra che reca una delle più antiche iscrizioni latine giace sotto la pavimentazione di marmo nero chiamata Lapis Niger. Foto: Wolfgang Moroder, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

Le iscrizioni più antiche

Dei testi latini più antichi ne esiste solo una manciata, tutti brevi e di difficile comprensione. Sotto la pavimentazione di marmo nero chiamata Lapis Niger (“pietra nera”) nel Foro Romano giaceva un cippo di pietra iscritto, scavato da Giacomo Boni nel 1899–1905. Viene di solito datato al 570–550 a.C. circa, è scritto in senso bustrofedico e di ogni riga sopravvive solo da un terzo alla metà. Sembra vietare, sotto minaccia di maledizione, di turbare un rito, e menziona un re: recei è il dativo di rex.

L’iscrizione di Dueno su un vaso triplo d’argilla, trovato a Roma nel 1880, è datata variamente tra il VII e il V secolo a.C. È scritta da destra a sinistra senza spazi tra le parole, e fino al 1983 ne erano state proposte più di cinquanta interpretazioni diverse. L’inizio della sua ultima sezione è chiaro: DVENOS MED FECED, “un (uomo) buono mi fece”. Duenos è la forma più antica del classico bonus, “buono”. Come la Fibula Prenestina, il vaso reca una cosiddetta iscrizione parlante, in cui l’oggetto parla di sé.

Copia del cippo di pietra iscritto trovato sotto la pavimentazione nera chiamata Lapis Niger nel Foro Romano (l’iscrizione è di solito datata al 570–550 a.C. circa), nel Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano. L’originale è rimasto al suo posto sotto la pavimentazione. Il testo procede in senso bustrofedico, cambiando direzione da una riga all’altra.
Copia del cippo di pietra iscritto trovato sotto la pavimentazione nera chiamata Lapis Niger nel Foro Romano (l’iscrizione è di solito datata al 570–550 a.C. circa), nel Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano. L’originale è rimasto al suo posto sotto la pavimentazione. Il testo procede in senso bustrofedico, cambiando direzione da una riga all’altra. Foto: sailko, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

Oggetti che parlano

La spilla d’oro (fibula) da Preneste, l’odierna Palestrina, con l’iscrizione MANIOS MED FHEFHAKED NVMASIOI, da leggere da destra a sinistra. Se autentica, risale al VII secolo a.C. Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, Roma.
La spilla d’oro (fibula) da Preneste, l’odierna Palestrina, con l’iscrizione MANIOS MED FHEFHAKED NVMASIOI, da leggere da destra a sinistra. Se autentica, risale al VII secolo a.C. Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, Roma. Foto: Pax:Vobiscum, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons
Il vaso triplo in bucchero nero con l’iscrizione di Dueno, graffita da destra a sinistra senza spazi tra le parole. Fu trovato nel 1880 sulle pendici del Quirinale a Roma ed è datato in un arco che va dal VII al V secolo a.C. Musei Statali, Berlino.
Il vaso triplo in bucchero nero con l’iscrizione di Dueno, graffita da destra a sinistra senza spazi tra le parole. Fu trovato nel 1880 sulle pendici del Quirinale a Roma ed è datato in un arco che va dal VII al V secolo a.C. Musei Statali, Berlino. Foto: Graearms, CC0, Wikimedia Commons

Un alfabeto dagli Etruschi

Secondo l’opinione prevalente, l’alfabeto latino derivò da quello etrusco, che a sua volta discendeva dalla scrittura greca usata nella colonia greca di Cuma nell’Italia meridionale; la scrittura greca stessa veniva dal fenicio. L’etrusco non aveva consonanti sonore b, d, g, perciò le lettere che in greco le rappresentavano in etrusco o rimasero inutilizzate o cambiarono valore. Il latino ripristinò b e d, ma in un primo tempo scriveva sia k sia g con C. Oltre a C aveva K e Q per k; nelle iscrizioni più antiche la scelta dipendeva spesso dalla vocale successiva (KA, CE, QO/QV).

Probabilmente nel III secolo a.C. da C fu ricavata, con l’aggiunta di un tratto, una nuova lettera G. Prese il posto della Z, divenuta superflua, che uscì dall’alfabeto; gli autori antichi (Plutarco) collegano la sua introduzione al nome di Spurio Carvilio. Gli Etruschi scrivevano dapprima il suono f con la coppia FH, e così fa anche la Fibula Prenestina; il latino conservò in seguito solo F. Nel I secolo a.C. Y e Z furono aggiunte in fondo all’alfabeto per le parole prese in prestito dal greco. Le lettere I e V valevano sia come vocale sia come consonante (i/j, u/w); J, U e W divennero lettere distinte solo nel Medioevo e nella prima età moderna. I Romani non distinguevano ancora maiuscole e minuscole nel senso moderno; le forme minuscole si svilupparono dalla scrittura a mano nella tarda antichità e si affermarono come lettere distinte nel Medioevo.

Dall’alfabeto etrusco a quello latino

  • Adall’alfa greca
  • Bl’etrusco non aveva il suono b e la lettera vi cadde in disuso; il latino la conservò
  • Cgamma greca; il latino in un primo tempo la usava sia per k sia per g
  • Dl’etrusco non aveva il suono d e la lettera vi cadde in disuso; il latino la conservò
  • Fdigamma greco (w); f si scriveva prima con la coppia FH
  • Zeliminata dal latino arcaico; tornata in fondo all’alfabeto nel I sec. a.C.
  • Hdall’eta greca, con il valore di h
  • Isia i sia la consonante j
  • Knelle iscrizioni più antiche soprattutto davanti ad a, in seguito solo in poche parole (Kalendae)
  • Ml’antica forma a cinque tratti
  • Qcoppa greco; nelle iscrizioni più antiche davanti a o e u, in latino classico solo davanti a u
  • Vypsilon greco; sia u sia la consonante w
  • Xchi greco, letto ks negli alfabeti greci occidentali

MANIOS MED FHEFHAKED NVMASIOI“Manio mi fece per Numasio (classico Numerio)” (la Fibula Prenestina, di autenticità discussa). Sulla spilla si legge da destra a sinistra, il suono f è scritto con la coppia FH e la m ha l’antica forma a cinque tratti; sull’oggetto stesso si legge FHE:FHAKED con un punto divisorio nel mezzo.

La prima colonna mostra le forme delle lettere etrusche (italiche antiche), rese con il carattere Noto Sans Old Italic; le più antiche iscrizioni latine le scrivevano in modo molto simile, di solito da destra a sinistra. Qui procedono da sinistra a destra, come le codifica Unicode. La tabella è una selezione; l’alfabeto del latino classico aveva 21 lettere proprie più Y e Z.

Latino arcaico e latino classico

Il latino anteriore al 75 a.C. circa si chiama latino arcaico. Aveva forme che in seguito cambiarono: il genitivo quoius per cuius, il dativo virtutei per virtuti, un ablativo in -d (Gnaivod per Gnaeo), dittonghi come in aidilis per aedilis. I testi più antichi erano oscuri perfino per gli stessi Romani: lo storico greco Polibio scrisse nel II secolo a.C. che il primo trattato tra Roma e Cartagine, concluso intorno al 508 a.C., poteva essere letto dai Romani del suo tempo solo con grande difficoltà.

La letteratura latina comincia nel 240 a.C. con la prima opera teatrale di Livio Andronico; intorno al 200 a.C. Plauto scrisse le sue commedie. Il latino classico (circa 75 a.C. – 200 d.C.) è la lingua di Cicerone, Cesare, Virgilio, Orazio, Ovidio e Livio, fissata nelle scuole di retorica e di grammatica. Su di esso si basano i manuali di oggi. La lettera c si pronunciava allora sempre k, perciò Cicero suonava come Kikero.

Il sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.C., dal Sepolcro degli Scipioni sulla Via Appia, oggi ai Musei Vaticani. Il coperchio reca il nome CORNELIVS; la fronte porta un elogio funebre in versi in latino arcaico.
Il sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato, console nel 298 a.C., dal Sepolcro degli Scipioni sulla Via Appia, oggi ai Musei Vaticani. Il coperchio reca il nome CORNELIVS; la fronte porta un elogio funebre in versi in latino arcaico. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons

Cornelius Lucius Scipio Barbatus, Gnaeo patre prognatus, fortis vir sapiensque, cuius forma virtuti parissima fuit

GNAIVOD PATRE
dal padre Gneo (ablativo; latino classico Gnaeo)
PROGNATVS
nato
FORTIS VIR SAPIENSQVE
uomo forte e saggio (-que = e)
QVOIVS FORMA
il cui aspetto (latino classico cuius)
VIRTVTEI PARISVMA FVIT
fu del tutto pari alla sua virtù (latino classico virtuti parissima)
Cornelio Lucio Scipione Barbato, nato dal padre Gneo, uomo forte e saggio, il cui aspetto fu in tutto pari al suo valore…L’inizio dell’elogio funebre in versi di Scipione Barbato, probabilmente del III secolo a.C. Prosegue dicendo che fu console, censore ed edile, che conquistò città nel Sannio e sottomise la Lucania. Le forme arcaiche GNAIVOD, QVOIVS, VIRTVTEI, CONSOL e AIDILIS ne tradiscono l’età; un punto separa le parole.

La lingua dell’impero

Il latino era la lingua del diritto romano, dell’esercito e dell’amministrazione centrale in tutto l’impero; in oriente, tuttavia, i funzionari trattavano abitualmente con la popolazione in greco. Il testo ufficiale latino più noto è il resoconto delle proprie imprese del primo imperatore Augusto, le Res Gestae Divi Augusti, completato, secondo la versione corrente, un mese prima della sua morte il 19 agosto del 14 d.C. L’originale fu inciso su due pilastri di bronzo davanti al suo mausoleo a Roma e non si è conservato. Copie furono però scolpite nella pietra nelle province: ad Ancira (l’odierna Ankara) in latino e in traduzione greca, ad Antiochia di Pisidia in latino, ad Apollonia solo in greco. Nella parte orientale dell’impero il testo latino fu tradotto per i lettori locali.

Dopo la fine dell’Impero romano d’Occidente nel 476, i regni germanici che lo sostituirono mantennero il latino come lingua del diritto e dei documenti ufficiali. Nell’Impero romano d’Oriente il latino rimase per un certo tempo la lingua del governo e della legislazione; sotto Giustiniano I vi fu compilata la maggior parte del Corpus Iuris Civilis. Poi il greco lo sostituì nell’amministrazione, e il latino sopravvisse solo in forma fossilizzata sulle monete e nelle cerimonie fino all’XI secolo.

Il Tempio di Augusto e di Roma ad Ankara, l’antica Ancira. Le sue pareti conservano la copia più completa delle Res Gestae di Augusto, in latino e in traduzione greca (il Monumentum Ancyranum).
Il Tempio di Augusto e di Roma ad Ankara, l’antica Ancira. Le sue pareti conservano la copia più completa delle Res Gestae di Augusto, in latino e in traduzione greca (il Monumentum Ancyranum). Foto: Carole Raddato, CC BY-SA 2.0, Wikimedia Commons

Capitale, capitale rustica e corsiva

Le iscrizioni su pietra erano incise in capitale quadrata (capitalis monumentalis), con linee nette e diritte, tratti spessi e sottili e grazie. L’esempio più celebre è l’iscrizione sulla base della Colonna Traiana, dedicata il 12 maggio 113; poiché la si leggeva dal basso, le lettere delle righe inferiori sono leggermente più piccole. Secondo Edward Catich le lettere venivano prima dipinte con un pennello piatto e solo poi incise dallo scalpellino, ma questa opinione non è universalmente accettata. Le maiuscole dei caratteri tipografici librari di oggi risalgono alla capitale romana; il carattere Trajan del 1989 ne è un adattamento diretto.

I libri si scrivevano nella più stretta capitale rustica; un esempio è il Vergilius Vaticanus, un manoscritto delle opere di Virgilio realizzato a Roma intorno al 400, il più antico dei tre manoscritti illustrati di letteratura classica giunti fino a noi. La scrittura di tutti i giorni – lettere, conti, esercizi scolastici e scritte sui muri – era più rapida e legata: la corsiva romana antica (soprattutto I sec. a.C. – III sec. d.C.), seguita dalla corsiva romana nuova (circa III–VII sec.), le cui a, b, d ed e si avvicinano già alle minuscole moderne.

L’iscrizione della base della Colonna Traiana a Roma, dedicata il 12 maggio 113, l’esempio più noto di capitale quadrata romana. La maggior parte delle parole è separata da punti, i numerali hanno una barra sopra le lettere e l’ultima riga è danneggiata.
L’iscrizione della base della Colonna Traiana a Roma, dedicata il 12 maggio 113, l’esempio più noto di capitale quadrata romana. La maggior parte delle parole è separata da punti, i numerali hanno una barra sopra le lettere e l’ultima riga è danneggiata. Foto: Aulldemolins, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons
Il foglio 60v del Vergilius Vaticanus (Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3225), Roma, circa 400: gli ambasciatori troiani (TROIANI) davanti al re Latino (LATINVS), dal libro VII dell’Eneide. Il testo sotto l’immagine è scritto in capitale rustica.
Il foglio 60v del Vergilius Vaticanus (Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3225), Roma, circa 400: gli ambasciatori troiani (TROIANI) davanti al re Latino (LATINVS), dal libro VII dell’Eneide. Il testo sotto l’immagine è scritto in capitale rustica. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons

Lettere da Vindolanda

La maggior parte della scrittura quotidiana è andata perduta. Fanno eccezione le tavolette di legno del forte di Vindolanda nella Britannia romana settentrionale, che l’archeologo Robin Birley cominciò a trovare nel marzo 1973. Sono sottili fogli di betulla, ontano e quercia delle dimensioni di una cartolina, scritti con un inchiostro di carbone, gomma arabica e acqua; la maggior parte risale al 95–105 circa, poco prima del Vallo di Adriano. Fino al 2023 ne erano state trovate più di 1700.

Le tavolette contengono i registri ufficiali della guarnigione e anche lettere private. In una il decurione Masculus chiede al comandante gli ordini per il giorno seguente e altra birra, perché la guarnigione ha bevuto l’ultima rimasta. La più nota è l’invito che Claudia Severa, moglie del comandante di un forte vicino, mandò intorno al 100 a Sulpicia Lepidina per la festa del suo compleanno; è uno dei più antichi testi latini noti scritti da una donna. Oltre che sulle tavolette a inchiostro, si scriveva con uno stilo nella cera su tavolette di legno che si potevano cancellare e riutilizzare; da qui l’espressione tabula rasa, “tavoletta pulita (raschiata)”.

La tavoletta di Vindolanda 291, circa 100 d.C.: Claudia Severa invita Sulpicia Lepidina alla festa del suo compleanno. La maggior parte del testo è di mano di uno scriba; il saluto finale in basso a destra fu aggiunto dalla stessa Claudia Severa. British Museum, Londra.
La tavoletta di Vindolanda 291, circa 100 d.C.: Claudia Severa invita Sulpicia Lepidina alla festa del suo compleanno. La maggior parte del testo è di mano di uno scriba; il saluto finale in basso a destra fu aggiunto dalla stessa Claudia Severa. British Museum, Londra. Foto: Fæ, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

Cera e stilo

Una tavoletta scrittoria di legno e uno stilo di metallo da Londra. La cera è scomparsa, ma lo stilo ha inciso fino al legno: il testo, datato 8 gennaio 57 d.C., registra un debito di 105 denari per delle merci ed è la più antica registrazione nota di una transazione commerciale nella City di Londra. Esposta al London Mithraeum.
Una tavoletta scrittoria di legno e uno stilo di metallo da Londra. La cera è scomparsa, ma lo stilo ha inciso fino al legno: il testo, datato 8 gennaio 57 d.C., registra un debito di 105 denari per delle merci ed è la più antica registrazione nota di una transazione commerciale nella City di Londra. Esposta al London Mithraeum. Foto: Mx. Granger, CC0, Wikimedia Commons
Copia di una tavoletta cerata romana con uno stilo. L’estremità appuntita serviva a scrivere nella cera, quella piatta a lisciarla e quindi a cancellare il testo.
Copia di una tavoletta cerata romana con uno stilo. L’estremità appuntita serviva a scrivere nella cera, quella piatta a lisciarla e quindi a cancellare il testo. Foto: Peter van der Sluijs, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

Il latino della strada

Il latino scritto cambiava lentamente, quello parlato più in fretta. Dal Rinascimento il latino colloquiale si chiama latino volgare (da vulgus, “il popolo”); gli studiosi oggi sottolineano che non era una lingua a sé, ma un continuum che andava dalla norma scritta alla lingua di tutti i giorni. Le testimonianze sono sparse: errori nelle iscrizioni, maledizioni su lamine di piombo, lettere private, scritti tecnici poco curati nello stile e le successive lingue romanze.

Particolarmente preziose sono le iscrizioni sui muri di Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79; i graffiti incisi sono per lo più in corsiva romana antica. Già qui il neutro si confonde con il maschile (hoc locum per hunc locum, “questo luogo”). Nella lingua parlata scomparvero le parole irregolari e libresche: ferre, “portare”, cedette il posto a portare, ignis, “fuoco”, a focus, in origine “focolare”, ed edere, “mangiare”, a manducare, in origine “masticare”.

Una poesia d’amore graffita su un muro di Pompei (CIL IV 5296), trovata nel 1888. In alto un disegno del graffito in corsiva, in basso la sua trascrizione, entrambi dal supplemento al volume IV del Corpus Inscriptionum Latinarum. La poesia comincia con O VTINAM LICEAT COLLO COMPLEXA TENERE.
Una poesia d’amore graffita su un muro di Pompei (CIL IV 5296), trovata nel 1888. In alto un disegno del graffito in corsiva, in basso la sua trascrizione, entrambi dal supplemento al volume IV del Corpus Inscriptionum Latinarum. La poesia comincia con O VTINAM LICEAT COLLO COMPLEXA TENERE. Foto: Mau, Zangemeister, pubblico dominio, Wikimedia Commons

Dal latino alle lingue romanze

Le parole romanze continuano il latino parlato, e per lo più la forma dell’accusativo senza la -m finale (aquam, manum, focum). Ordine: italiano · francese · spagnolo · portoghese · romeno.

latinolingue romanzesignificato
aquaacqua · eau · agua · água · apăacqua
manusmano · main · mano · mão · mânămano
lingualingua · langue · lengua · língua · limbălingua (organo e idioma)
filiusfiglio · fils · hijo · filho · fiufiglio
lac (accusativo colloquiale lactem)latte · lait · leche · leite · laptelatte
octootto · huit · ocho · oito · optotto
terraterra · terre · tierra · terra · țarăterra (in romeno “paese”)
focusfuoco · feu · fuego · fogo · focfocolare; nel latino parlato “fuoco”, al posto di ignis
caballuscavallo · cheval · caballo · cavalo · calnella lingua colloquiale “cavallo”; la parola letteraria era equus

La nascita delle lingue romanze

Tra il VI e il IX secolo il latino parlato nelle diverse regioni dell’ex impero si differenziò a tal punto che nacquero lingue distinte. Si continuava però a scrivere in latino, perciò le lingue romanze compaiono per iscritto solo più tardi. Si distingueva allora il parlare “romano” (romanice loqui) dal parlare latino (latine loqui).

Il più antico testo continuo scritto deliberatamente in una lingua romanza antica della Francia sono i Giuramenti di Strasburgo del 14 febbraio 842. Con essi i nipoti di Carlo Magno, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, strinsero un’alleanza contro il fratello Lotario I. Ludovico giurò in romanzo perché i soldati di Carlo lo capissero, e Carlo in antico alto tedesco per i soldati di Ludovico. Il testo fu tramandato dal loro cugino, lo storico Nitardo. Dei circa 900 milioni di parlanti nativi di lingue romanze di oggi (stime di Ethnologue, circa 2020), circa la metà parla spagnolo, seguito da portoghese, francese, italiano e romeno.

Il giuramento di Ludovico il Germanico dai Giuramenti di Strasburgo (842) nel più antico manoscritto delle Storie di Nitardo, copiato intorno al 1000 (Biblioteca nazionale di Francia, Latin 9768, foglio 13). Comincia con “Pro Deo amur et pro christian poblo…”.
Il giuramento di Ludovico il Germanico dai Giuramenti di Strasburgo (842) nel più antico manoscritto delle Storie di Nitardo, copiato intorno al 1000 (Biblioteca nazionale di Francia, Latin 9768, foglio 13). Comincia con “Pro Deo amur et pro christian poblo…”. Foto: Bibliothèque nationale de France, CC0, Wikimedia Commons

Il latino dopo Roma

Quando il latino non era più la lingua materna di nessuno, rimase la lingua della Chiesa, della scuola, dell’amministrazione e del sapere, anche in paesi dove il latino non era mai stato parlato, presso i popoli germanici e slavi. Nelle terre ceche si scrivevano in latino documenti e cronache, come la Cronaca dei Boemi di Cosma dell’inizio del XII secolo, e il latino era la lingua dell’insegnamento all’Università di Praga, fondata nel 1348. Molte parole latine passarono nel ceco, le più antiche attraverso l’antico alto tedesco: kostel “chiesa” (castellum, “piccolo forte”), klášter “monastero” (claustrum, “luogo chiuso”), oltář “altare” (altare) e mše “messa” (missa); tabule “lavagna” (tabula), per esempio, venne invece direttamente dal latino.

La maggior parte dei libri stampati nel XV secolo era in latino, e il latino rimase la lingua dei dotti fino all’inizio del XIX secolo. È tuttora la lingua ufficiale della Santa Sede e la base della terminologia tecnica in medicina, biologia e diritto. L’inglese, lingua germanica, ha preso direttamente dal latino più di un quarto del suo lessico, secondo uno studio citato spesso, e all’incirca altrettanto dal francese, a sua volta discendente del latino. L’alfabeto latino si usa oggi per più di 3000 lingue e da circa il 70% della popolazione mondiale; è il sistema di scrittura più diffuso.

Cronologia

  1. 753 a.C.Data tradizionale della fondazione di Roma.
  2. VII sec. a.C.La Fibula Prenestina, se autentica, una delle più antiche iscrizioni latine.
  3. circa 570–550 a.C.Il cippo iscritto sotto la successiva pavimentazione del Lapis Niger nel Foro Romano.
  4. III sec. a.C.La lettera G entra nell’alfabeto; l’elogio funebre in versi di Scipione Barbato.
  5. 240 a.C.Prima opera teatrale di Livio Andronico, inizio della letteratura latina.
  6. I sec. a.C.Latino classico: Cicerone, Cesare, Virgilio; si aggiungono Y e Z per le parole greche.
  7. 14 d.C.Morte di Augusto; le sue Res Gestae vengono incise nelle province.
  8. 79L’eruzione del Vesuvio seppellisce Pompei e le scritte sui suoi muri.
  9. circa 95–105Lettere e registri dal forte di Vindolanda in Britannia.
  10. 113Dedicazione della Colonna Traiana con la sua iscrizione in capitale quadrata.
  11. circa 400A Roma viene realizzato il manoscritto Vergilius Vaticanus.
  12. 476Fine dell’Impero romano d’Occidente.
  13. 14 febbraio 842I Giuramenti di Strasburgo, il più antico testo continuo in una lingua romanza antica della Francia.
  14. 1899–1905Giacomo Boni scava il cippo iscritto sotto il Lapis Niger.
  15. 1973A Vindolanda vengono trovate le prime tavolette di legno scritte a inchiostro.
  16. 2011Le analisi di superficie della Fibula Prenestina ne sostengono l’autenticità.

Le lingue italiche sul globo

Tocca una lingua per vederla sul globo:

Fonti e letture consigliate

  • James Clackson, Geoffrey Horrocks: The Blackwell History of the Latin Language. Blackwell, 2007.
  • Tore Janson: A Natural History of Latin. Oxford University Press, 2004.
  • József Herman: Vulgar Latin. Trans. Roger Wright. Pennsylvania State University Press, 2000.
  • Arthur E. Gordon: Illustrated Introduction to Latin Epigraphy. University of California Press, 1983.
  • Alan K. Bowman: Life and Letters on the Roman Frontier: Vindolanda and its People. British Museum Press, 1994.
  • Glottolog 5 (le lingue e la loro classificazione).

Illustrazione: Atlante delle lingue. Fotografie: Wikimedia Commons, con autori e licenze indicati accanto a ogni immagine. Testo: Atlante delle lingue, in base alla letteratura scientifica citata sopra.

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