
Lingue dell’antichità
Gli aztechi: il nahuatl e la scrittura pittografica
Messico centrale · dalla fondazione tradizionale di Tenochtitlan (1325) al Codice fiorentino
Gli aztechi di Tenochtitlan parlavano il nahuatl classico; le varietà moderne del nahuatl sono parlate oggi da più di un milione e mezzo di persone. Scrivevano per immagini: i libri dipinti registravano annali, tributi e il calendario divinatorio, e i nomi di luoghi e persone venivano composti come rebus. Fino a che punto ciò equivalesse a mettere per iscritto il parlato è ancora discusso. Dopo la conquista del 1521 il nahuatl cominciò a essere scritto in alfabeto latino e diede vita a quella che è probabilmente la più ricca letteratura scritta dell’America indigena. Per confronto, la pagina esamina anche i khipu degli inca, registrazioni fatte di cordicelle annodate.
Una città in un lago
Gli aztechi chiamavano sé stessi mexica; il nome aztechi, dalla loro patria leggendaria di Aztlan, cominciò a essere usato per loro solo più tardi. Secondo la loro stessa tradizione giunsero nella Valle del Messico da nord e fondarono la loro capitale, Tenochtitlan, nel 1325 su un’isola paludosa del lago Texcoco. Il segno doveva essere un luogo in cui un’aquila stava posata su un fico d’India cresciuto da una pietra. Quell’immagine compare oggi sullo stemma e sulla bandiera del Messico.
Nel 1428 Tenochtitlan si alleò con le città di Texcoco e Tlacopan. Nel corso del XV secolo questa Triplice Alleanza portò sotto il proprio controllo gran parte del Messico centrale e meridionale, e le città sottomesse le pagavano tributi. Quando Hernán Cortés entrò a Tenochtitlan l’8 novembre 1519, essa contava secondo le stime da 200 000 a 400 000 abitanti, il che la poneva tra le più grandi città del mondo dell’epoca. Cadde il 13 agosto 1521 dopo un lungo assedio, e sulle sue rovine gli spagnoli costruirono Città del Messico.

Il nahuatl classico
Gli aztechi parlavano il nahuatl. Appartiene alla famiglia uto-azteca, le cui lingue si estendono da El Salvador agli Stati Uniti occidentali: hopi, shoshone e comanche sono parenti lontane, e la più vicina è il nawat (pipil) di El Salvador. Gli antenati dei parlanti nahuatl entrarono in Mesoamerica da nord, secondo le stime dei linguisti intorno al 500 d.C. In epoca azteca il nahuatl era la lingua comune del Messico centrale, usata anche da persone con un’altra lingua materna.
Il nahuatl classico è la forma della lingua messa per iscritto in alfabeto latino nel XVI e nel XVII secolo, basata sulla parlata di Tenochtitlan. Probabilmente riflette il linguaggio raffinato della nobiltà (pipiltin) più che quello della gente comune (macehualtin). Il nahuatl è agglutinante e polisintetico: a una radice si uniscono numerosi prefissi e suffissi, e una sola parola può esprimere un’intera frase. I sostantivi hanno una caratteristica desinenza -tl, -tli o -li: tetl «pietra», coyotl «coyote», calli «casa».
Il nahuatl è ancora vivo. Nel censimento messicano del 2020 circa 1,65 milioni di persone dichiararono di parlarlo, e il nahuatl della Huasteca è la varietà con più parlanti. Le varietà odierne differiscono dal nahuatl classico e tra loro, alcune tanto che i loro parlanti non si capiscono a vicenda.

Immagine, segno e rebus
La scrittura azteca appartiene a una tradizione di scrittura pittografica che il Messico centrale condivideva con i mixtechi e altri popoli. Il tlacuilo, pittore e scriba al tempo stesso, non scriveva righe di segni ma dipingeva immagini: figure, impronte di piedi che indicavano un movimento, date del calendario e i glifi di luoghi e nomi. I concetti erano resi per immagini: la morte come un cadavere avvolto per la sepoltura, la guerra come uno scudo e una mazza, la parola come un piccolo cartiglio che esce dalla bocca. I segni non avevano un ordine di lettura fisso come quello delle iscrizioni maya.
I segni pittografici potevano però rappresentare anche parole (logogrammi) e sfruttarne il suono: l’immagine di una parola veniva usata per un’altra che suonava uguale o simile, come in un rebus. Ciò è più evidente nei nomi di luoghi e persone. Il nome Tenochtitlan si scriveva con una pietra (tetl) da cui cresce un fico d’India (nochtli); in altri nomi il suffisso -tlan «luogo, presso» era rappresentato dall’immagine di denti, in nahuatl tlantli.
Fin dove arrivasse questo fonetismo è oggetto di discussione. Secondo l’opinione tradizionale la scrittura azteca non era un sistema di scrittura completo, poiché non poteva registrare qualsiasi frase, come invece faceva la scrittura maya, e i libri dipinti venivano interpretati ad alta voce anziché letti parola per parola. L’epigrafista spagnolo Alfonso Lacadena sostenne tuttavia nel 2008 che alla vigilia della conquista gli scribi di Texcoco disponessero di un insieme di segni sillabici. Altri obiettano che le grafie sillabiche sono note soprattutto da manoscritti del primo periodo coloniale e potrebbero essere nate sotto l’influsso dell’alfabeto latino.
I numeri si scrivevano in base venti: le unità con punti, il venti con una bandierina (pantli), il quattrocento con un segno simile a una piuma o a un alberello (tzontli, «capelli»), l’ottomila con una borsa (xiquipilli). Negli elenchi dei tributi del Codice Mendoza si può quindi leggere quanto di ciascun bene pagasse una provincia.

I toponimi come rebus
Il glifo di un luogo era composto di immagini i cui nomi in nahuatl, messi insieme, suonavano come il nome del luogo:
| nome | che cosa è disegnato | significato del nome |
|---|---|---|
| Tenochtitlan | una pietra (tetl) da cui cresce un fico d’India (nochtli) | tradizionalmente «presso il fico d’India sulla pietra»; l’etimologia è incerta |
| Mapachtepec | un procione (mapachtli) su un colle (tepetl) | «colle del procione» |
| Mazatlan | una testa di cervo (mazatl) e denti (tlantli) | «luogo dei cervi» |
| Huitztlan | una spina (huitztli) e denti (tlantli) | «luogo delle spine» |
| Chapultepec | una cavalletta (chapolin) su un colle (tepetl) | «colle della cavalletta» |
| Coatepec | un serpente (coatl) su un colle (tepetl) | «colle del serpente» |

Libri dipinti
I libri aztechi (amoxtli) erano dipinti su lunghe strisce di carta di corteccia di fico (amatl), ricoperte da uno strato di preparazione e piegate a fisarmonica. Contenevano annali, genealogie, mappe, elenchi di tributi e calendari divinatori. La maggior parte andò perduta dopo la conquista; secondo resoconti posteriori il primo vescovo del Messico, Juan de Zumárraga, fece bruciare libri dipinti, anche se l’entità della distruzione è valutata in modo diverso. Se sopravviva in assoluto qualche manoscritto precolombiano di Tenochtitlan e dei suoi dintorni è incerto.
Il Codice Boturini (Tira de la Peregrinación) è una striscia di carta amatl lunga 5,49 metri, piegata in 21½ fogli. Narra la migrazione dei mexica da Aztlan: le date sono incorniciate, i luoghi indicati da glifi e le impronte di piedi segnano il percorso tra l’uno e l’altro. Quando sia stato realizzato non è noto. Il suo stile un tempo portava gli studiosi a considerarlo precolombiano; oggi lo si colloca più spesso poco prima o subito dopo la conquista. Prende il nome dal collezionista italiano del XVIII secolo Lorenzo Boturini Benaduci.
Il Codice Borbonico è un’unica striscia di carta amatl lunga circa 14 metri, piegata in origine in 40 pagine, di cui mancano le prime due e le ultime due. Contiene un calendario divinatorio, una panoramica del ciclo di 52 anni e le cerimonie del Fuoco Nuovo. È discusso se sia stato realizzato prima o poco dopo la conquista: sopra le immagini del calendario c’è uno spazio vuoto, come se si prevedessero già glosse spagnole. Dal 1826 appartiene alla biblioteca dell’Assemblea nazionale francese a Parigi.
Il Codice Mendoza fu realizzato dopo la conquista, probabilmente intorno al 1541 e comunque tra il 1529 e il 1553, su 71 fogli di carta europea. Pittori nahua usarono glifi tradizionali per registrare la storia di Tenochtitlan dal 1325 alla conquista, un elenco delle città tributarie con i rispettivi obblighi e scene di vita quotidiana; un interprete spagnolo aggiunse le spiegazioni. Prende il nome da Antonio de Mendoza, viceré della Nuova Spagna, che secondo l’opinione prevalente lo fece realizzare per il re. Già nel 1553, tuttavia, il manoscritto apparteneva al cosmografo francese André Thevet, e dal 1659 si trova nella Bodleian Library di Oxford.


Il computo dei giorni
Come i maya, gli aztechi tenevano due calendari affiancati. Il tonalpohualli divinatorio («computo dei giorni») aveva 260 giorni: venti segni dei giorni si combinavano con i numeri da 1 a 13, così che ogni giorno aveva un nome come 1 Coccodrillo, 2 Vento, 3 Casa. Dopo tredici giorni iniziava un nuovo periodo, con una propria divinità protettrice; la prima parte del Codice Borbonico raffigura questi periodi. L’anno solare, xiuhpohualli, aveva 365 giorni: 18 mesi di venti giorni più cinque giorni residui (nemontemi), considerati infausti.
I due calendari tornavano a coincidere ogni 52 anni. Gli anni prendevano il nome da un giorno particolare (il cosiddetto portatore dell’anno), e i segni possibili erano solo quattro, Casa, Coniglio, Canna e Selce, ciascuno con un numero da 1 a 13. La fine di un ciclo di 52 anni era segnata dalla cerimonia del Fuoco Nuovo: i fuochi venivano spenti e i sacerdoti ne accendevano uno nuovo. Il 1519, anno in cui Cortés sbarcò in Messico, era l’anno 1 Canna (ce acatl).
Il più noto monumento azteco con segni del calendario è la Pietra del Sole (Piedra del Sol), spesso chiamata calendario azteco. Il disco di pietra, di circa 3,6 metri di diametro, fu ritrovato da alcuni operai il 17 dicembre 1790 durante lavori nella piazza principale di Città del Messico. Il volto al centro è interpretato per lo più come il dio del sole Tonatiuh, da altri come la divinità della terra Tlaltecuhtli. È circondato dal segno 4 Movimento (nahui ollin), il nome dell’attuale quinta era del mondo, e l’anello successivo contiene tutti i venti segni dei giorni. Secondo l’opinione prevalente la pietra non serviva a calcolare le date; era un monumento cerimoniale.
I venti segni dei giorni
- cipactlicoccodrillo (caimano)
- ehecatlvento
- callicasa
- cuetzpalinlucertola
- coatlserpente
- miquiztlimorte
- mazatlcervo
- tochtliconiglio
- atlacqua
- itzcuintlicane
- ozomatliscimmia
- malinallierba
- acatlcanna
- ocelotlgiaguaro
- cuauhtliaquila
- cozcacuauhtliavvoltoio
- ollinmovimento
- tecpatlselce (coltello)
- quiahuitlpioggia
- xochitlfiore
ce acatl, «1 Canna»il nome di un giorno e di un anno; l’anno 1 Canna cadde nel 1519
Unicode non codifica ancora i segni aztechi (situazione al 2026), perciò la tabella riporta solo l’ordine, il nome in nahuatl e il significato di ciascun segno. Il loro aspetto si può vedere nelle fotografie del Codice Borbonico, del Codice Boturini e della Pietra del Sole.


Il nahuatl in alfabeto latino
Dopo la conquista il nahuatl cominciò a essere scritto in alfabeto latino. I primi testi comparvero entro vent’anni dall’arrivo degli spagnoli, e nel corso del XVI secolo la nuova scrittura soppiantò gradualmente quella pittografica, anche se manoscritti dipinti con glosse continuarono a essere prodotti a lungo. Nel 1536 i francescani fondarono il Collegio di Santa Cruz a Tlatelolco, dove i figli della nobiltà indigena imparavano il latino, lo spagnolo e a scrivere la propria lingua. Andrés de Olmos completò una grammatica del nahuatl nel 1547, e Alonso de Molina pubblicò un dizionario spagnolo–nahuatl nel 1555. In nahuatl si scrivevano annali, testamenti, atti giudiziari, canti e drammi.
L’ortografia spagnola, però, non rendeva tutto ciò che il nahuatl distingue: la maggior parte degli scriventi non indicava la lunghezza vocalica né il colpo di glottide (saltillo). Furono segnati con precisione per la prima volta dal gesuita Horacio Carochi nella sua grammatica del 1645, la lunghezza con un macron e il colpo di glottide per lo più con un accento grave. In nahuatl la lettera x si pronuncia come l’inglese sh, il digramma tl è una sola consonante [tɬ], e hu davanti a vocale suona come w.
L’opera più celebre è il Codice fiorentino. Il francescano Bernardino de Sahagún (circa 1499–1590), giunto in Messico nel 1529, trascorse decenni, insieme a ex allievi di Tlatelolco, a interrogare anziani esperti della cultura azteca e a farne mettere per iscritto i racconti in nahuatl. Ne risultarono dodici libri sugli dèi, i riti, il calendario, la società, la natura e la conquista del Messico, narrata dal punto di vista dei vinti. Il testo è disposto su due colonne, il nahuatl a destra e lo spagnolo a sinistra, accompagnato da più di duemila immagini di pittori indigeni. Il manoscritto, completato intorno al 1577, si trova oggi a Firenze.
Dai codici



Parole dal nahuatl
Molte parole nahuatl furono prese in prestito dallo spagnolo e da lì passarono ad altre lingue. In spagnolo la desinenza -tl, -tli divenne per lo più -te o -le (tomate, coyote, chicle), e in altre lingue spesso cadde:
| nahuatl | significato | inglese |
|---|---|---|
| tomatl | tomatillo, un frutto verde; il pomodoro rosso era xitomatl | tomato |
| ahuacatl | avocado | avocado |
| chilli | peperoncino | chili, chilli |
| coyotl | coyote | coyote |
| ocelotl | giaguaro | ocelot (il nome passò a un felino più piccolo) |
| tzictli | sostanza appiccicosa, gomma | chicle |
| axolotl | una specie di salamandra | axolotl |
| Mexihco | il nome della capitale azteca | Mexico |
| incerto | una bevanda al cacao | chocolate; la parola entrò probabilmente in spagnolo dal nahuatl o dal nawat, ma la sua forma di partenza è discussa (la forma chocolatl non è attestata nelle fonti antiche; è stata proposta chicolatl) |
Khipu: nodi su cordicelle
Nelle Ande dell’America meridionale le registrazioni si tenevano in modo del tutto diverso. Gli inca, che nel XV secolo costruirono da Cusco il vasto impero del Tawantinsuyu, non avevano una scrittura nel senso consueto. La loro amministrazione si basava sui khipu (in quechua khipu, «nodo»): fasci di cordicelle di cotone o di lana di lama e di alpaca appese a una corda principale. L’informazione stava nella posizione e nel tipo dei nodi e nel colore, nell’ordine e nella lunghezza delle cordicelle; un khipu poteva avere poche cordicelle o diverse migliaia. Li annodavano e interpretavano funzionari specializzati, i khipukamayuq, «custodi dei khipu». La principale lingua dell’amministrazione era il quechua; in epoca coloniale da esso nacque il quechua classico letterario, scritto in alfabeto latino.
I khipu sono più antichi dell’impero inca: i primi esemplari indiscussi risalgono a circa il 600–1000 d.C. e sono attribuiti allo Stato wari, mentre ritrovamenti più antichi da Caral sono discussi. Dopo la conquista del Perù (dal 1532) gli spagnoli in parte li utilizzarono per la propria amministrazione, ma nel 1583 il Terzo Concilio di Lima ordinò di bruciare alcuni khipu in quanto idolatrici. Secondo un censimento del 2021 se ne conservano poco meno di 1400.


I khipu registravano la lingua?
La maggior parte dei khipu studiati contiene numeri. Nel 1912 lo statunitense Leslie Leland Locke dimostrò che sono registrati in un sistema posizionale decimale: gruppi di nodi a diverse altezze su una cordicella rappresentano unità, decine, centinaia e posizioni superiori. Nella posizione più bassa l’uno è annodato come nodo a otto e i numeri da due a nove come nodo lungo con il numero corrispondente di giri; una posizione vuota indica lo zero. Che si tratti di conti è confermato dalle somme: il valore di una cordicella è spesso pari al totale di altre.
Se i khipu registrassero anche la lingua, per esempio nomi o storie, è incerto. Secondo le fonti coloniali i khipukamayuq fornivano agli spagnoli informazioni su censimenti, tributi, calendario e genealogie, ma non si sa esattamente come i khipu le veicolassero. L’antropologo Gary Urton considera i khipu un sistema di segni a codifica binaria, e nel 2005 egli e Carrie Brezine ipotizzarono che una sequenza di tre nodi a otto all’inizio dei khipu di Puruchuco, presso Lima, potesse indicare il nome di quel luogo, oppure l’autore del khipu o il suo argomento. Nel 2017 Sabine Hyland ha sostenuto che anche i khipu coloniali «epistolari» del villaggio di San Juan de Collata contengono segni fonetici. Non esiste tuttavia una decifrazione generalmente accettata, e per questo i khipu di solito non sono considerati scrittura in senso stretto, cioè registrazione della lingua parlata.
Cronologia
- 1325Fondazione tradizionale di Tenochtitlan.
- 1428Triplice Alleanza di Tenochtitlan, Texcoco e Tlacopan.
- 8 nov. 1519Hernán Cortés entra a Tenochtitlan.
- 13 ago. 1521Caduta di Tenochtitlan.
- 1536I francescani fondano il Collegio di Santa Cruz a Tlatelolco.
- ca. 1541Realizzazione del Codice Mendoza.
- 1547Andrés de Olmos completa una grammatica del nahuatl.
- 1555Il dizionario di Alonso de Molina.
- 1565Il Codice Osuna.
- ca. 1577Sahagún e i suoi collaboratori completano il Codice fiorentino.
- 1583Il Terzo Concilio di Lima ordina di bruciare alcuni khipu.
- 1645La grammatica di Horacio Carochi, con una notazione esatta della pronuncia.
- 17 dic. 1790La Pietra del Sole viene ritrovata nella piazza principale di Città del Messico.
- 1912Leslie Leland Locke: i khipu registrano numeri in base dieci.
- 1978La scoperta della pietra di Coyolxauhqui dà avvio alla fase principale degli scavi al Templo Mayor (1978–1982).
Il nahuatl sul globo
Tocca una lingua per vederla sul globo:
Fonti e letture consigliate
- Elizabeth Hill Boone: Stories in Red and Black. Pictorial Histories of the Aztecs and Mixtecs. University of Texas Press, 2000.
- Frances F. Berdan, Patricia Rieff Anawalt: The Essential Codex Mendoza. University of California Press, 1997.
- James Lockhart: The Nahuas After the Conquest. Stanford University Press, 1992.
- Michel Launey: An Introduction to Classical Nahuatl. Cambridge University Press, 2011.
- Marcia Ascher, Robert Ascher: Code of the Quipu. A Study in Media, Mathematics, and Culture. University of Michigan Press, 1981.
- Gary Urton: Signs of the Inka Khipu. Binary Coding in the Andean Knotted-String Records. University of Texas Press, 2003.
- Glottolog 5 (le lingue e la loro classificazione).