Atlante delle lingue

Lingue dell’antichità

Gli Etruschi

Etruria · dalle prime iscrizioni intorno al 700 a.C. all’estinzione della lingua intorno all’inizio dell’era volgare

Prima dell’ascesa di Roma le città etrusche erano tra le più potenti d’Italia, e secondo l’opinione prevalente fu da esse che i Romani presero l’alfabeto divenuto poi la scrittura latina. L’etrusco non è una lingua indoeuropea; i suoi unici parenti attestati sono oggi ritenuti il retico delle Alpi e il lemnio dell’isola di Lemno. Le sue circa 13 000 iscrizioni si possono leggere ad alta voce, perché la scrittura deriva dall’alfabeto greco, ma si comprendono solo in parte. Il testo più lungo giunto fino a noi è sopravvissuto agli Etruschi come bende di una mummia egiziana.

Le dodici città dell’Etruria

Gli Etruschi vivevano nell’Italia centrale tra l’Arno e il Tevere, nella regione che i Romani chiamavano Etruria e il cui nome moderno, Toscana, deriva dal latino Tusci, “Etruschi”. La loro civiltà nacque dalla precedente cultura villanoviana della stessa area (dal 900 a.C. circa). Archeologi e genetisti considerano oggi per lo più gli Etruschi una popolazione locale e non immigrati dall’Asia Minore, come sosteneva Erodoto. La loro ricchezza derivava dall’estrazione e dal commercio dei metalli, soprattutto rame e ferro, e gli insediamenti etruschi si estesero nella pianura padana e in Campania.

Gli Etruschi non formarono mai un unico Stato. Secondo la tradizione antica, dodici città costituivano una lega poco vincolante e si riunivano una volta all’anno presso il santuario del Fanum Voltumnae vicino a Volsinii; tra queste si annoverano di solito Tarquinia, Caere (l’odierna Cerveteri), Veio, Vulci, Volterra, Perugia, Cortona, Chiusi e Arezzo. Secondo la tradizione romana, nel VI secolo a.C. (secondo le date tradizionali 616–509 a.C.) Roma fu governata da re di origine etrusca, e i Romani cacciarono l’ultimo di loro, Tarquinio il Superbo. Dal V secolo a.C. la potenza etrusca declinò: nel 474 a.C. Gerone, tiranno di Siracusa, sconfisse gli Etruschi a Cuma, nel 396 a.C. i Romani presero e distrussero Veio, e nel III secolo a.C. sottomisero l’intera Etruria.

Il Sarcofago degli Sposi dalla necropoli della Banditaccia a Caere (l’odierna Cerveteri), terracotta dipinta, circa 530–510 a.C. Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma.
Il Sarcofago degli Sposi dalla necropoli della Banditaccia a Caere (l’odierna Cerveteri), terracotta dipinta, circa 530–510 a.C. Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma. Foto: Sailko, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

Una lingua senza parenti indoeuropei

L’etrusco non è una lingua indoeuropea, a differenza del latino, dell’osco o dell’umbro, parlati nelle regioni vicine. A lungo è stato considerato una lingua isolata. Dopo il lavoro del linguista tedesco Helmut Rix del 1998 prevale l’opinione che formi una piccola famiglia tirsenica (tirrenica) insieme al retico, attestato in iscrizioni delle Alpi orientali, e al lemnio dell’isola di Lemno nell’Egeo. Le corrispondenze riguardano soprattutto la morfologia: il lemnio e l’etrusco condividono per esempio le desinenze casuali -si e -ale, e il lemnio aviś corrisponde all’etrusco avils, genitivo di avil “anno”. I legami proposti con l’ungherese, l’albanese, l’armeno, le lingue semitiche, caucasiche o anatoliche non hanno trovato conferma.

Secondo lo storico greco Dionigi di Alicarnasso, gli Etruschi chiamavano sé stessi Rasenna. Le iscrizioni hanno la forma rasna, interpretata di solito come “popolo, comunità”, come in tular rasnal, “confini del popolo”. Oggi si conoscono circa 13 000 iscrizioni etrusche, datate dal 700 a.C. circa all’inizio del I secolo d.C., per lo più dall’Italia ma anche dalla Corsica, dalla Sardegna, dalla Gallia meridionale e da Cartagine. La maggior parte è breve: epitaffi, nomi di proprietari, dediche agli dei. Esiste solo una manciata di testi più lunghi.

Stele funeraria da Kaminia, sull’isola di Lemno (seconda metà del VI secolo a.C.), con un’iscrizione in lemnio, lingua affine all’etrusco. Museo archeologico nazionale, Atene.
Stele funeraria da Kaminia, sull’isola di Lemno (seconda metà del VI secolo a.C.), con un’iscrizione in lemnio, lingua affine all’etrusco. Museo archeologico nazionale, Atene. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons

Un alfabeto dai coloni greci

Gli Etruschi presero la loro scrittura dai Greci dell’isola di Eubea, che nell’VIII secolo a.C. fondarono i primi insediamenti in Italia, Pithekoussai sull’isola d’Ischia e Cuma in Campania. Il più antico alfabeto etrusco noto, l’alfabeto di Marsiliana, è inciso sulla cornice di una piccola tavoletta cerata d’avorio da Marsiliana d’Albegna presso Grosseto, databile intorno al 700 a.C. Conta 26 lettere nell’ordine greco, tra cui digamma, san e qoppa; contiene anche lettere di cui gli Etruschi non avevano bisogno, come B, D e O.

L’etrusco non aveva le consonanti sonore b, d, g né la vocale o. Le lettere B, D e O caddero perciò in disuso, mentre il gamma greco (C) passò a indicare k e soppiantò K e Q. Per il suono f comparve intorno al 600–550 a.C. una nuova lettera a forma di 8; un’antica iscrizione sabellica fa pensare che gli Etruschi l’abbiano presa da vicini di lingua sabellica. Verso il 400 a.C. tutta l’Etruria usava l’alfabeto classico di 20 lettere. Si scriveva da destra a sinistra, e nelle iscrizioni più antiche talvolta in direzioni alterne (bustrofedico). Le iscrizioni più antiche non separano le parole; dal VI secolo a.C. le parole sono divise da un punto o da due punti.

Un forte accento sulla prima sillaba indeboliva le vocali delle sillabe successive, che poi non venivano scritte: il greco Alexandros è in etrusco Alcsntre, Herakles è Hercle. Questo spiega i nessi consonantici così insoliti nelle parole etrusche.

La tavoletta scrittoria di Marsiliana d’Albegna presso Grosseto (VII secolo a.C.). Lungo il bordo superiore della cornice è inciso un alfabeto: comincia con la A a destra e procede da destra a sinistra. Museo archeologico nazionale, Firenze.
La tavoletta scrittoria di Marsiliana d’Albegna presso Grosseto (VII secolo a.C.). Lungo il bordo superiore della cornice è inciso un alfabeto: comincia con la A a destra e procede da destra a sinistra. Museo archeologico nazionale, Firenze. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons

L’alfabeto etrusco

  • a
  • c[k]; dal gamma greco, da cui la C latina
  • e
  • v[w]; il digamma greco, da cui la F latina
  • z[ts]
  • h
  • θ[tʰ], t aspirata
  • i
  • l
  • m
  • n
  • p
  • śuna sibilante, probabilmente [ʃ]; il san greco
  • r
  • s
  • t
  • uanche per la o greca
  • φ[pʰ], p aspirata
  • χ[kʰ], k aspirata
  • f[f]; solo dal VI secolo a.C.
  • k[k]; solo arcaica, soprattutto davanti ad a
  • q[k]; solo arcaica, davanti a u

tular rasnal“confini del popolo”, cioè confini pubblici: un’iscrizione su cippi di confine; -l è la desinenza del genitivo

L’alfabeto etrusco classico (dal 400 a.C. circa) aveva 20 lettere; k e q appartengono alle iscrizioni arcaiche. Le lettere b, d e o, presenti nell’alfabeto modello, non erano usate dagli Etruschi. I segni per s e ś erano usati in modo inverso nelle diverse città, e le forme delle lettere variavano secondo il luogo e l’epoca. Unicode codifica le scritture italiche antiche da sinistra a destra, per cui qui le lettere e le parole appaiono speculari rispetto alla maggior parte delle iscrizioni, che corrono da destra a sinistra. I segni sono resi con il carattere Noto Sans Old Italic.

Leggibile, ma compreso solo in parte

La scrittura etrusca non ha mai avuto bisogno di essere decifrata: i valori fonetici delle lettere sono noti grazie alla loro origine greca, per cui i testi si possono pronunciare approssimativamente. Ciò che manca è una chiave per il loro significato. L’etrusco non ha parenti ben noti che possano aiutare, e i testi conservati sono brevi e ripetitivi. Gli studiosi usano perciò il cosiddetto metodo combinatorio: osservano i contesti in cui una parola ricorre e ne deducono funzione e significato dalle regolarità. In questo modo sono state stabilite le classi di parole, le desinenze casuali e verbali e il significato delle parole frequenti. Oggi il significato è noto con ragionevole certezza solo per qualche centinaio di parole.

Altri aiuti vengono dalle iscrizioni bilingui con il latino, il greco o il fenicio, dalle scene su specchi e vasi in cui figure del mito greco sono indicate con nomi etruschi (Hercle, Menrva, Aplu), e dalle osservazioni degli autori antichi. Il testo bilingue più prezioso è costituito dalle lamine d’oro di Pyrgi, il porto di Caere, rinvenute nel 1964 negli scavi di Massimo Pallottino. Databili intorno al 500 a.C., registrano la dedica di un santuario a una dea che il testo fenicio chiama Astarte e quello etrusco Uni. Il testo fenicio e quello etrusco, più lungo, corrispondono nel contenuto ma non sono traduzioni parola per parola. L’unica parola nuova che se ne è potuta ricavare è ci, “tre”: il donatore, Thefarie Velianas, signore di Caere, dedicò il santuario nel terzo anno del suo governo.

Le lamine d’oro di Pyrgi (circa 500 a.C.): il testo fenicio a sinistra, i due testi etruschi al centro e a destra. Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma.
Le lamine d’oro di Pyrgi (circa 500 a.C.): il testo fenicio a sinistra, i due testi etruschi al centro e a destra. Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, Roma. Foto: Sailko, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

tite cale : atial : turce malstria : cver

tite cale
Tite Cale (un nome maschile)
atial
alla (sua) madre (genitivo di ati “madre”)
turce
diede
malstria
specchio
cver
dono (?)
Tite Cale diede (questo) specchio in dono alla (sua) madre.Un’iscrizione su uno specchio etrusco di bronzo con una scena che mostra la dea Turan (Venere), Atunis e Menrva (Minerva). Sullo specchio corre da destra a sinistra, con due punti tra le parole. Il genitivo atial indica qui il destinatario, come è consueto nelle dediche etrusche; turce è la forma di passato del verbo tur- “dare”, con il suffisso -ce, che non indica la persona. Il significato di cver è ricavato da dediche simili ed è meno sicuro. Si conoscono circa 2300 specchi etruschi, e molti riportano i nomi delle figure raffigurate.

Oggetti parlanti ed epitaffi

Molte iscrizioni etrusche parlano per l’oggetto in prima persona: mi … “io (sono) …”. I vasi recano il nome del proprietario o del donatore. Un’iscrizione su una coppa (kylix) del V secolo a.C. mette perfino in guardia i ladri: mi χuliχna cupes alθrnas … ei minipi capi, “io (sono) la coppa (kylix) di Cupe Althrna … non rubarmi”.

La maggior parte delle iscrizioni proviene da tombe. Le necropoli etrusche di Cerveteri e di Tarquinia sono patrimonio mondiale dell’UNESCO: la necropoli della Banditaccia a Cerveteri conta più di mille tumuli, e Tarquinia circa 6000 tombe e circa 200 tombe dipinte, dove le figure sono spesso accompagnate da nomi etruschi. Gli epitaffi seguono formule fisse: nome, nome del padre (clan “figlio”, seχ “figlia”), cariche ricoperte ed età, per esempio lupu avils … “morì all’età di … anni”. Grazie a queste formule le parole per la parentela, le cariche e i numeri sono tra le meglio conosciute.

L’etrusco è una lingua agglutinante: esprime i significati grammaticali concatenando suffissi. “Figlio” è clan, “figli” clenar e “ai figli” clenaraśi. Secondo la descrizione consueta i nomi hanno cinque casi e due numeri, con la stessa forma per nominativo e accusativo. Il passato si forma con il suffisso -ce, che non indica la persona: tur “dà”, turce “diede”. Il verbo sta di solito alla fine della proposizione.

Parole etrusche

Parole il cui significato è ben accertato. Le lettere sono mostrate qui in Unicode, da sinistra a destra; sui monumenti correvano di solito da destra a sinistra:

iscrizionetraslitterazionesignificato
𐌌𐌉miio; accusativo mini “me”
𐌂𐌋𐌀𐌍clanfiglio; plurale clenar
𐌔𐌄𐌙seχfiglia
𐌀𐌕𐌉atimadre
𐌀𐌐𐌀apapadre
𐌐𐌖𐌉𐌀puiamoglie
𐌀𐌅𐌉𐌋avilanno; negli epitaffi l’età del defunto
𐌋𐌖𐌐𐌖lupumorì
𐌔𐌅𐌀𐌋𐌂𐌄svalcevisse
𐌕𐌖𐌓𐌂𐌄turcediede, dedicò
𐌆𐌉𐌋𐌀𐌈zilaθun alto magistrato, paragonabile a un pretore romano
𐌕𐌖𐌋𐌀𐌓tularconfine, confini
𐌀𐌉𐌔, 𐌀𐌉𐌔𐌀𐌓ais, aisardio, dei
𐌖𐌔𐌉𐌋usilsole; anche il dio del sole
𐌕𐌉𐌖𐌓tiurluna; mese

La Tomba dei Leopardi a Tarquinia

Banchettanti nella pittura parietale della Tomba dei Leopardi nella necropoli dei Monterozzi a Tarquinia, circa 470–450 a.C.; nel frontone sopra di loro due leopardi si fronteggiano.
Banchettanti nella pittura parietale della Tomba dei Leopardi nella necropoli dei Monterozzi a Tarquinia, circa 470–450 a.C.; nel frontone sopra di loro due leopardi si fronteggiano. Foto: AlMare, pubblico dominio, Wikimedia Commons
Danzatori e musici su una parete laterale della Tomba dei Leopardi a Tarquinia.
Danzatori e musici su una parete laterale della Tomba dei Leopardi a Tarquinia. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons
Un suonatore di doppio flauto (aulos), particolare della pittura nella Tomba dei Leopardi a Tarquinia.
Un suonatore di doppio flauto (aulos), particolare della pittura nella Tomba dei Leopardi a Tarquinia. Foto: Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0, Wikimedia Commons

Contare

I numerali etruschi sono noti dagli epitaffi che indicano l’età del defunto e da una coppia di dadi di Tuscania sui quali i numeri sono scritti in lettere. C’è accordo su θu 1, zal 2, ci 3 e maχ 5; śa e huθ sono 4 e 6, ma quale sia l’uno e quale l’altro è controverso; oggi prevale l’opinione śa 4, huθ 6 (vedi il riquadro). Le decine si formano con il suffisso -alχ (cealχ 30, muvalχ 50), e venti è zaθrum. I numeri da 17 a 19 si esprimevano per sottrazione da venti: ciem zaθrum, “tre da venti”, è 17. Allo stesso modo i Romani formavano duodeviginti e undeviginti (18 e 19), il che si attribuisce all’influsso etrusco.

I segni numerali etruschi 𐌠 (1), 𐌡 (5), 𐌢 (10) e 𐌣 (50) sono generalmente considerati i precursori dei numeri romani. I numeri si scrivevano in modo additivo dai valori più alti ai più bassi, per cui 87 è 𐌣𐌢𐌢𐌢𐌡𐌠𐌠 (nelle iscrizioni di solito da destra a sinistra). Solo i numeri da 17 a 19 si scrivevano in cifre anche per sottrazione, 17 come 𐌠𐌠𐌠𐌢𐌢 (“tre da venti”). Il quattro, invece, gli Etruschi lo scrivevano 𐌠𐌠𐌠𐌠, non per sottrazione come il successivo IV romano.

Il libro di lino di Zagabria

Secondo gli autori romani gli Etruschi avevano una ricca letteratura religiosa, nota nel suo insieme come Etrusca disciplina: libri sulla divinazione dalle viscere degli animali sacrificati e dai fulmini, e sui rituali. Nulla ne è sopravvissuto. L’unico libro etrusco giunto fino a noi è il Liber linteus (“libro di lino”), e solo per caso: il lino su cui era scritto fu usato nell’Egitto tolemaico per avvolgere una mummia.

La mummia di una donna fu acquistata ad Alessandria nel 1848 dal funzionario croato Mihajlo Barić, e dal 1867 si trova a Zagabria insieme alle sue bende, oggi nel Museo archeologico. L’egittologo Heinrich Brugsch notò la scrittura, ma la ritenne egiziana. Solo nel 1892 Jakob Krall a Vienna riconobbe la lingua come etrusca e rimise le strisce nel loro ordine originario.

Il libro aveva dodici colonne scritte da destra a sinistra, con inchiostro nero e righe di guida rosse. Sopravvivono circa 230 righe con circa 1300 parole leggibili, ma solo circa 500 parole o radici distinte; si ritiene che si conservi solo il 60 % circa del testo originario. Su base paleografica risale al 250 a.C. circa, mentre la datazione al radiocarbonio indica un tessuto più antico. Il suo contenuto è con ogni probabilità un calendario religioso con date, nomi di divinità e istruzioni per le offerte, per esempio vacl, secondo l’interpretazione prevalente “libagione”. I nomi di divinità locali ne collocano l’origine intorno al lago Trasimeno, al confine tra le odierne Toscana e Umbria (Perugia, Chiusi, Cortona, Arezzo).

Strisce di lino con il testo del Liber linteus, l’unico libro etrusco conservato. Museo archeologico, Zagabria.
Strisce di lino con il testo del Liber linteus, l’unico libro etrusco conservato. Museo archeologico, Zagabria. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons
La mummia egiziana di una donna le cui bende furono ricavate dal lino del libro etrusco. Museo archeologico, Zagabria.
La mummia egiziana di una donna le cui bende furono ricavate dal lino del libro etrusco. Museo archeologico, Zagabria. Foto: SpeedyGonsales, CC BY 3.0, Wikimedia Commons

Un calendario, contratti e cippi di confine

Il secondo testo etrusco per lunghezza è la Tabula Capuana, una lastra di terracotta di circa 60 × 50 cm rinvenuta nel 1898 a Santa Maria Capua Vetere, in Campania, e oggi conservata all’Altes Museum di Berlino. Risale al 470 a.C. circa e conta più di 300 parole leggibili in 62 righe. Linee orizzontali la dividono in dieci sezioni, a quanto pare per mesi da marzo a dicembre; anche questo testo è un calendario rituale. Le sue righe procedono alternativamente da sinistra a destra e da destra a sinistra.

I testi profani sono soprattutto giuridici. Il Cippo di Perugia (Cippus Perusinus), un blocco di pietra rinvenuto nel 1822 sul colle di San Marco presso Perugia, reca 46 righe e circa 130 parole del III o II secolo a.C. Secondo l’interpretazione consueta registra un accordo tra la famiglia Velthina di Perugia e la famiglia Afuna di Chiusi a proposito di un terreno con una tomba. La Tabula Cortonensis, di bronzo, fu consegnata nel 1992 alla polizia di Cortona da uno scopritore che non disse la verità sul luogo del ritrovamento. Conta circa 200 parole e riguarda a quanto pare la vendita o la divisione di terreni presso il lago Trasimeno; probabilmente ci ha restituito la parola tisś, “lago”.

La Tabula Capuana, lastra di terracotta con un calendario rituale da Santa Maria Capua Vetere, in Campania, prima metà del V secolo a.C. Altes Museum, Berlino.
La Tabula Capuana, lastra di terracotta con un calendario rituale da Santa Maria Capua Vetere, in Campania, prima metà del V secolo a.C. Altes Museum, Berlino. Foto: Gary Todd, CC0, Wikimedia Commons

Contratti su pietra e su bronzo

Il Cippo di Perugia (Cippus Perusinus), blocco di pietra con l’iscrizione di un accordo tra due famiglie, III–II secolo a.C. Museo archeologico nazionale dell’Umbria, Perugia.
Il Cippo di Perugia (Cippus Perusinus), blocco di pietra con l’iscrizione di un accordo tra due famiglie, III–II secolo a.C. Museo archeologico nazionale dell’Umbria, Perugia. Foto: Sailko, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
La Tabula Cortonensis, tavola di bronzo ricomposta da frammenti, con circa 200 parole di un testo giuridico. Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona.
La Tabula Cortonensis, tavola di bronzo ricomposta da frammenti, con circa 200 parole di un testo giuridico. Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona. Foto: Nancy de Grummond, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

Il Fegato di Piacenza

I sacerdoti etruschi detti aruspici leggevano la volontà degli dei nel fegato degli animali sacrificati e nei fulmini. I Romani apprezzavano la loro arte, e nel I secolo d.C. l’imperatore Claudio ne rinnovò il prestigio. Un fegato di bronzo rinvenuto il 26 settembre 1877 in un campo presso Gossolengo, in provincia di Piacenza, è interpretato di solito come una rappresentazione del modo in cui gli Etruschi dividevano il cielo tra gli dei. Questo modello a grandezza naturale di un fegato di pecora (126 × 76 × 60 mm) risale alla fine del II secolo a.C. ed è diviso in caselle che recano nomi di divinità; il suo bordo ha 16 sezioni.

I nomi sono abbreviati e molte letture sono controverse. Tra quelli leggibili figurano tin (Tinia, corrispondente di Giove), uni (Giunone), neθ(uns) (Nettuno) e fufluns (Bacco); il lato inferiore reca usils, genitivo di usil “sole”.

Il Fegato di Piacenza, modello in bronzo di un fegato di pecora inciso con nomi di divinità, fine del II secolo a.C. L’originale è conservato nei Musei civici di Palazzo Farnese, Piacenza.
Il Fegato di Piacenza, modello in bronzo di un fegato di pecora inciso con nomi di divinità, fine del II secolo a.C. L’originale è conservato nei Musei civici di Palazzo Farnese, Piacenza. Foto: Lokilech, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

La fine della lingua e ciò che è rimasto

Sotto il dominio romano l’etrusco cedette gradualmente il passo al latino, prima nell’Etruria meridionale che nel nord. Veio fu latinizzata dopo la sua distruzione nel 396 a.C., Caere alla fine del II secolo a.C. A Chiusi, Perugia, Arezzo e Volterra si realizzavano ancora nel I secolo a.C. iscrizioni etrusche e bilingui; l’ultima iscrizione datata (bilingue) proviene da Volterra, dal 10–20 d.C. circa. La maggior parte degli studiosi colloca l’estinzione della lingua alla fine del I secolo a.C. o all’inizio del I secolo d.C.; una conoscenza limitata potrebbe essere durata più a lungo nel rituale religioso.

L’imperatore Claudio (regnò dal 41 al 54 d.C.), la cui prima moglie Plauzia Urgulanilla era di origine etrusca, scrisse una storia degli Etruschi in venti libri, i Tyrrhenikà. L’opera è perduta, e se Claudio sapesse ancora leggere l’etrusco è incerto.

La principale eredità degli Etruschi è il loro alfabeto. Secondo l’opinione prevalente ne deriva l’alfabeto latino, come pure gli alfabeti di altre lingue dell’Italia, quali l’osco, l’umbro e il venetico. L’alfabeto latino reca una traccia della trasmissione etrusca nella lettera C: i Romani la usarono dapprima sia per k sia per g, finché non introdussero una lettera G distinta. Alcune decine di parole e nomi etruschi passarono anche nel latino. La derivazione di persona “maschera” dall’etrusco phersu è considerata probabile; per altre, come satelles “guardia del corpo” o populus “popolo”, un’origine etrusca è possibile ma controversa.

Cronologia

  1. circa 900 a.C.Cultura villanoviana, la fase più antica della civiltà etrusca.
  2. VIII secolo a.C.Greci dell’Eubea fondano Pithekoussai e Cuma; gli Etruschi ne adottano l’alfabeto.
  3. circa 700 a.C.Le più antiche iscrizioni etrusche; l’alfabeto sulla tavoletta di Marsiliana.
  4. seconda metà del VI secolo a.C.La stele di Lemno, principale testimonianza del lemnio.
  5. circa 530–510 a.C.Il Sarcofago degli Sposi da Caere.
  6. circa 510 a.C.Secondo la tradizione romana, Tarquinio il Superbo, ultimo re di origine etrusca, viene cacciato da Roma.
  7. circa 500 a.C.Le lamine d’oro di Pyrgi con una dedica etrusca e una fenicia.
  8. 474 a.C.Siracusa sconfigge gli Etruschi a Cuma.
  9. circa 470 a.C.La Tabula Capuana.
  10. 396 a.C.I Romani prendono e distruggono Veio.
  11. III secolo a.C.Roma sottomette l’Etruria; intorno al 250 a.C. viene scritto il Liber linteus.
  12. circa 10–20 d.C.L’ultima iscrizione etrusca datata (bilingue) (Volterra).
  13. 41–54 d.C.Regno dell’imperatore Claudio, autore dei perduti Tyrrhenikà.
  14. 1892Jakob Krall riconosce l’etrusco sulle bende della mummia di Zagabria.
  15. 1964Vengono rinvenute le lamine d’oro di Pyrgi.
  16. 1992La Tabula Cortonensis ricompare a Cortona.

L’etrusco sul globo

Accanto all’etrusco c’è il venetico, lingua indoeuropea dell’Italia nordorientale scritta in un alfabeto derivato da quello etrusco. Il retico e il lemnio non hanno un punto sul globo. Tocca una lingua per mostrarla sul globo:

Fonti e letture consigliate

  • Giuliano Bonfante, Larissa Bonfante: The Etruscan Language: An Introduction. Manchester University Press, 2nd ed. 2002.
  • Larissa Bonfante: Etruscan. University of California Press, 1990 (Reading the Past series).
  • Rex E. Wallace: Zikh Rasna: A Manual of the Etruscan Language and Inscriptions. Beech Stave Press, 2008.
  • Helmut Rix: Etruscan. In: Roger D. Woodard (ed.), The Cambridge Encyclopedia of the World's Ancient Languages. Cambridge University Press, 2004, pp. 943–966.
  • L. Bouke van der Meer: Liber linteus zagrabiensis. The Linen Book of Zagreb. A Comment on the Longest Etruscan Text. Peeters, 2007.
  • Glottolog 5 (lingue e loro classificazione).

Illustrazione: Atlante delle lingue. Fotografie: Wikimedia Commons, con autori e licenze indicati accanto a ogni immagine. Testo: Atlante delle lingue, in base alla letteratura scientifica citata sopra.

Torna al globo