
Lingue dell’antichità
Gli inca: il quechua e il khipu
Le Ande · dalle conquiste di Pachacuti (1438) alla cronaca di Guaman Poma (circa 1615)
Nel XV secolo gli inca costruirono, a partire da Cusco, il più grande impero dell’America precolombiana, il Tawantinsuyu. Lo governavano in quechua, una lingua che si stava diffondendo nelle Ande già molto prima di loro, e tenevano le loro registrazioni sui khipu, fasci di cordicelle annodate. Che i khipu conservassero numeri in un sistema decimale è certo; se registrassero anche il parlato è ancora una questione aperta. Dopo la conquista spagnola il quechua cominciò a essere scritto in alfabeto latino, e nel 1584 comparve, accanto allo spagnolo e all’aymara, nella Doctrina Christiana, generalmente considerata il primo libro stampato in America meridionale. Secondo i censimenti fino al 2017, oggi parlano quechua poco meno di sette milioni di persone.
Il regno delle quattro parti
In origine gli inca erano uno dei tanti popoli andini. Secondo la cronologia tradizionale, il loro piccolo Stato incentrato su Cusco, nell’attuale Perù meridionale, cominciò a espandersi nel 1438, quando prese il potere Pachacuti (in quechua Pachakutiy, «rivolgimento del mondo»). Lui e il figlio Túpac Yupanqui conquistarono in pochi decenni la maggior parte dell’attuale Perù, e i loro successori si spinsero oltre. All’inizio del XVI secolo l’impero si estendeva dall’estremità meridionale dell’odierna Colombia, attraverso l’Ecuador, il Perù e la Bolivia, fino all’Argentina nord-occidentale e al Cile centrale. Era il più grande impero dell’America precolombiana.
Gli inca chiamavano il loro regno Tawantinsuyu. In quechua tawa significa «quattro» e il suffisso -ntin indica un gruppo i cui membri stanno insieme, per cui il nome significa all’incirca «le quattro parti insieme». Le quattro regioni (suyu), il Chinchaysuyu a nord-ovest, l’Antisuyu a nord-est, il Kuntisuyu a sud-ovest e il Qullasuyu a sud-est, si incontravano a Cusco. Quante persone vivessero nell’impero non è noto; la maggior parte delle stime oscilla tra 6 e 14 milioni. La parola inka designava il sovrano (il Sapa Inka) e i membri della nobiltà dominante, che si stima fossero soltanto da 15 000 a 40 000. Oggi la si applica di solito a tutti gli abitanti dell’impero.

Runa simi: una lingua o una famiglia?
Il quechua non è un’unica lingua ma una famiglia linguistica. Le sue varietà differiscono tra loro all’incirca quanto le lingue slave, e i parlanti di regioni lontane non si capiscono a vicenda. Dai lavori di Gary Parker e Alfredo Torero degli anni Sessanta i linguisti la dividono in due rami principali: il quechua I (centrale), negli altopiani del Perù centrale, e il quechua II (periferico), che comprende le varietà settentrionali dell’Ecuador e della Colombia e quelle meridionali da Ayacucho, attraverso Cusco, fino alla Bolivia e all’Argentina nord-occidentale. Il ramo centrale è il più differenziato, ed è per questo che la patria della famiglia si cerca nel Perù centrale.
Il quechua si stava diffondendo molto prima degli inca. Quando questi salirono al potere, molti popoli lo parlavano già ed esso si era già suddiviso in varietà regionali; gli inca erano solo uno di quei popoli. L’impero, però, lo portò più lontano. Come lingua ufficiale e lingua franca, cioè lingua comune tra persone di diversa lingua materna, fu portato da amministratori e da coloni trasferiti (mitmaqkuna) in luoghi dove prima non si parlava, come l’attuale Ecuador e la Bolivia meridionale. Molti popoli conquistati lo impararono pur conservando le proprie lingue.
Quale quechua servisse da lingua dell’amministrazione inca è discusso. A lungo si è ritenuto che fosse la parlata di Cusco. Oggi è più diffusa l’opinione che l’amministrazione si basasse su una varietà costiera della costa centro-meridionale del Perù, sede dei ricchi e popolosi regni di Chincha e Pachacamac; questa varietà si estinse dopo la conquista. Sue tracce sembrano sopravvivere nei più antichi prestiti in spagnolo: si pronunciava inga per inka e kundur per kuntur, da cui lo spagnolo cóndor. Il nome quichua fu applicato per la prima volta alla lingua da Domingo de Santo Tomás nel 1560; come la chiamassero i suoi parlanti prima della conquista non è noto. Anche il moderno nome autoctono runa simi, «lingua degli uomini», sembra essere sorto solo in epoca coloniale.

Le lingue dell’impero e la lingua degli inca
Il Tawantinsuyu era linguisticamente eterogeneo. Sull’Altiplano, nel Qullasuyu, prevaleva l’aymara, sulla costa meridionale si parlava il puquina, sulla costa settentrionale il mochica (soprattutto nel Lambayeque) e il quingnam, e ai margini dell’impero decine di altre lingue, molte delle quali oggi estinte. L’aymara condivide con il quechua molto lessico e alcuni tratti strutturali sorprendenti, e per questo le due famiglie sono state talvolta riunite come «quechumara». La maggior parte degli specialisti respinge questa ipotesi e spiega le somiglianze con un lungo contatto e prestiti reciproci. Anche le consonanti eiettive e aspirate del quechua di Cusco, assenti per esempio nel quechua di Ayacucho, sono probabilmente di origine aymara.
Quale lingua parlassero gli inca tra loro è una questione aperta. All’inizio del XVII secolo Inca Garcilaso de la Vega scrisse che gli inca avevano una lingua particolare, che parlavano solo tra loro e che agli altri non era permesso imparare. Le testimonianze sono scarse: poche parole e nomi propri nelle fonti coloniali. Un’ipotesi, sostenuta soprattutto dal linguista peruviano Rodolfo Cerrón-Palomino, ritiene che fosse una lingua vicina al puquina; altri pensano all’aymara o a un puquina influenzato dall’aymara. Nessuna di queste ipotesi è stata dimostrata. La maggior parte degli studiosi concorda però sul fatto che il quechua non fosse la lingua originaria degli inca, anche se oggi è spesso chiamato «la lingua degli inca».
Costruire senza malta


Khipu: registrazioni a nodi
La scrittura in senso stretto, cioè segni che registrano la lingua parlata, era a quanto pare sconosciuta agli inca. Eppure l’amministrazione del loro impero si basava su registrazioni: i khipu (in quechua khipu o kipu, «nodo»). Un khipu è formato da una corda principale da cui pendono altre cordicelle, solo poche in alcuni khipu e diverse migliaia nei più grandi; ai pendenti possono essere attaccate ulteriori cordicelle sussidiarie. Le cordicelle erano filate in cotone o in lana di lama, alpaca e altri camelidi. L’informazione sta nel tipo e nella posizione dei nodi, ma anche nel colore delle cordicelle, nel loro ordine, nel senso della torsione e nel modo in cui sono attaccate.
I khipu sono più antichi degli inca. I primi esemplari indiscussi sono khipu di circa il 600–1000 d.C. attribuiti allo Stato wari. Sono più piccoli dei khipu inca, con cordicelle avvolte in colori vivaci e un sistema di nodi non ancora compreso. È controverso se ritrovamenti più antichi da Caral (circa 3000–1800 a.C.) e dal periodo Paracas tardo ne siano i precursori. Gli inca usavano i khipu per registrare censimenti, tributi e prestazioni di lavoro (mit'a), il contenuto dei magazzini, l’esercito e il calendario.
I khipu erano annodati e letti dai khipukamayuq, «specialisti dei khipu». Secondo le cronache coloniali, i figli della nobiltà imparavano a leggerli nel terzo anno della scuola chiamata yachay wasi, «casa del sapere». Quando nel 1533 Hernando Pizarro percorse la strada reale dagli altopiani alla costa, annotò come i khipukamayuq sciogliessero nodi in una sezione di un khipu e li riannodassero in un’altra, probabilmente mentre distribuivano rifornimenti agli spagnoli. È probabilmente la più antica menzione europea dei khipu. Guaman Poma de Ayala scrisse in seguito che i khipukamayuq erano in grado di «leggerli» a occhi chiusi.


I numeri in quechua e sui khipu
- ch'usaq«vuoto»; sul khipu uno spazio vuoto senza nodo
- huknella posizione delle unità un nodo a otto
- iskayun nodo lungo con due giri
- kimsaun nodo lungo con tre giri
- tawaun nodo lungo con quattro giri
- pichqapisqa ad Ayacucho
- suqta
- qanchis
- pusaq
- isqunun nodo lungo con nove giri
- chunkaun nodo semplice nella posizione delle decine
- pachakun nodo semplice nella posizione delle centinaia
- waranqaun nodo semplice nella posizione delle migliaia
dall’alto: 7 nodi semplici · spazio · 3 nodi semplici · spazio · nodo a ottoqanchis pachak kimsa chunka hukniyuq, «settecentotrentuno»; le unità rimanenti si aggiungono con il suffisso -(ni)yuq, «che ha»
Unicode non ha caratteri per i khipu, perciò la tabella riporta il numero, il numerale quechua nella grafia meridionale moderna e il modo in cui lo si annoda su un khipu. Nella posizione delle decine e in quelle superiori le cifre da 2 a 9 si annodano come il corrispondente numero di nodi semplici. Le fotografie dei khipu e le tavole dell’opera di Locke mostrano l’aspetto dei nodi.

I khipu registravano la lingua?
Che i khipu contengano numeri lo dimostrò nel 1912 lo statunitense Leslie Leland Locke, che descrisse il sistema posizionale decimale dei loro nodi. Dalla fine degli anni Sessanta Marcia Ascher e Robert Ascher analizzarono diverse centinaia di khipu e dimostrarono che la maggior parte dei nodi registra numeri interpretabili in modo sistematico: il valore di una cordicella è spesso la somma di diverse altre, talvolta perfino una somma di somme. Alcuni gruppi di cifre, però, a quanto pare non esprimono quantità e fungono da codici, un po’ come gli odierni codici postali; gli Ascher li chiamarono etichette numeriche.
Se i khipu conservassero anche la lingua, per esempio nomi, racconti o storie, non è noto. Secondo le fonti coloniali i khipukamayuq fornivano agli spagnoli informazioni su censimenti, tributi, riti, calendario e genealogie, e gli storici inca si servivano dei khipu nel narrare il passato dell’impero; se il racconto stesse nei nodi o solo nella memoria del narratore, dalle fonti non si può stabilire. Gary Urton considera i khipu un sistema di segni a codifica binaria che avrebbe potuto veicolare anche informazioni linguistiche. Nel 2005 egli e Carrie Brezine ipotizzarono che una sequenza di tre nodi a otto all’inizio dei khipu di Puruchuco, presso Lima, potesse indicare il nome di quel luogo, oppure l’autore del khipu o il suo argomento. Nel 2011 è stata descritta una possibile corrispondenza tra sei khipu coloniali della valle del Santa e un registro spagnolo della stessa zona.
Sabine Hyland sostiene che i khipu coloniali «epistolari» del villaggio di San Juan de Collata, risalenti probabilmente all’epoca di una ribellione contro gli spagnoli nel XVIII secolo, registrino foneticamente i nomi di due gruppi di parentela (ayllu) attraverso il tipo di fibra animale e il colore delle cordicelle. Trattandosi di oggetti coloniali, la scrittura europea potrebbe averli influenzati. Frank Salomon, invece, vede nei khipu un sistema semasiografico, che trasmette significati senza essere legato ai suoni di una particolare lingua, come la notazione musicale o i numeri. L’autenticità dei cosiddetti manoscritti napoletani, secondo i quali i khipu registravano sillabe, è messa in dubbio dagli specialisti. Non esiste una decifrazione generalmente accettata, e per questo i khipu di solito non sono considerati scrittura in senso stretto.
Quanti khipu si siano conservati non si sa con esattezza. Gli spagnoli ne distrussero molti: nel 1583 il Terzo Concilio di Lima ordinò di bruciare quelli che registravano offerte agli antichi dèi. Nel 2003 Gary Urton stimava il numero dei khipu superstiti in circa 600; un censimento del 2021 ne ha contati poco meno di 1400 in musei e collezioni private. In alcuni villaggi andini, come San Cristóbal de Rapaz, i khipu sono ancora custoditi come patrimonio comunitario, anche se nessuno è più in grado di leggerli.
Khipu nelle tavole di Locke


Tocapu: decorazione o segni?
Il secondo sistema andino in cui gli studiosi cercano una scrittura è il tocapu (in quechua tuqapu): piccoli motivi geometrici inseriti in quadrati o rettangoli. Erano tessuti nelle stoffe, soprattutto nelle tuniche (unku) dei sovrani e degli alti nobili, ed erano anche dipinti su tavole di legno e sulle coppe cerimoniali qiru. Sui tessuti si ripetono singolarmente, in fasce, per esempio lungo l’orlo inferiore di una tunica, oppure senza un ordine apparente.
Poiché gli stessi motivi compaiono su oggetti diversi e la loro scelta non sembra casuale, gli studiosi si sono chiesti se i tocapu formassero un sistema di segni: emblemi di lignaggi e province, ideogrammi o perfino una scrittura. All’inizio del XVII secolo il cronista Juan de Santa Cruz Pachacuti Yamqui riferì che Manco Capac introdusse l’usanza per cui ogni provincia e ogni città sceglieva un segno della propria origine, la propria paqarina (il luogo sacro da cui era emerso un lignaggio); alcuni studiosi collegano questo ai tocapu. Secondo Christiane Clados, gli inca ripresero alcuni motivi dall’arte delle precedenti culture di Tiwanaku e Wari. Nessuno ha proposto una decifrazione, e se i tocapu registrassero qualcosa resta poco chiaro.
La conquista e i primi libri
Nel novembre 1532 Francisco Pizarro con 168 uomini catturò a Cajamarca il sovrano inca Atahualpa, che aveva appena vinto una guerra civile contro il fratellastro Huáscar. Atahualpa pagò in oro e argento un riscatto per la propria liberazione, ma gli spagnoli lo giustiziarono comunque nel 1533. L’ultimo Stato inca, a Vilcabamba, cadde nel 1572, quando Túpac Amaru fu catturato e giustiziato. Il quechua non scomparve con l’impero: gli spagnoli lo adottarono come «lingua generale» (lengua general) per l’amministrazione e soprattutto per l’attività missionaria.
Il domenicano Domingo de Santo Tomás giunse in Perù intorno al 1540 e imparò il quechua. Nel 1560 pubblicò a Valladolid una grammatica, la Grammatica o arte de la lengua general de los Indios de los Reynos del Perú, e un dizionario, il Lexicon o Vocabulario de la lengua general del Perú. Sono le più antiche testimonianze consistenti della lingua. Riflettono probabilmente una varietà costiera, vicina secondo alcuni studiosi alla lingua dell’amministrazione inca, con elementi di altri dialetti. Nel 1571 fu istituita una cattedra di quechua presso la cattedrale di Lima, e alla fine degli anni Settanta del Cinquecento la conoscenza della lingua divenne obbligatoria per i sacerdoti in Perù.
La svolta fu il Terzo Concilio di Lima (1582–1583). Fece tradurre in quechua e in aymara i testi ecclesiastici fondamentali e fissò così uno standard scritto comune, oggi chiamato quechua classico o coloniale. Si basava sul quechua meridionale, ma evitava parole comprese solo a Cusco. Nel 1584 Antonio Ricardo, un tipografo giunto dal Messico, stampò a Lima la trilingue Doctrina Christiana y catecismo, generalmente considerata il primo libro stampato in America meridionale. Nel 1586 seguirono una grammatica e un dizionario anonimi. Le traduzioni delle preghiere del concilio sono usate ancora oggi, con adattamenti dialettali.
Il quechua classico fu usato per prediche, manuali per la confessione, lettere, petizioni e titoli fondiari. Il testo più prezioso è il Manoscritto di Huarochirí (datato al 1598 o al 1608), scritto da autori indigeni sotto la direzione del sacerdote Francisco de Ávila: registra, direttamente in quechua, i miti e i riti della provincia andina di Huarochirí. Dalla metà del XVII secolo la politica coloniale si orientò verso l’ispanizzazione, e dopo la repressione della ribellione di Túpac Amaru II (1780–1782) le autorità vietarono la letteratura e il teatro in quechua e abolirono la cattedra di quechua all’Università di San Marcos a Lima.


Due cronisti
Inca Garcilaso de la Vega (1539–1616) nacque a Cusco, figlio di un conquistador spagnolo e di una principessa inca; il quechua era la sua lingua materna. Nel 1560 partì per la Spagna, dove rimase per il resto della vita. I suoi Comentarios reales de los Incas (Commentari reali degli Inca, 1609) descrivono la storia, la religione e i costumi degli inca, spiegano il significato di parole quechua e menzionano anche le registrazioni numeriche sui khipu. Il libro divenne il resoconto più letto del passato inca; dopo la ribellione di Túpac Amaru II la Corona lo vietò.
Felipe Guaman Poma de Ayala (circa 1535 – dopo il 1616; l’anno di nascita è incerto e potrebbe essere anche il 1550) non era un inca, ma proveniva da un’altra famiglia della nobiltà indigena. Parlava diverse varietà di quechua e l’aymara. Come interprete accompagnò il sacerdote Cristóbal de Albornoz in una campagna contro la cosiddetta idolatria, e in seguito illustrò la cronaca del frate mercedario Martín de Murúa. Tra il 1600 e il 1615 scrisse e disegnò El primer nueva corónica y buen gobierno (La prima nuova cronaca e buon governo), indirizzata al re Filippo III di Spagna: 1189 pagine, tra cui 398 disegni a piena pagina. La cronaca narra la storia andina a partire da prima degli inca ed è la più ampia critica del dominio coloniale scritta da un autore indigeno in tutto il periodo coloniale. È scritta per lo più in spagnolo, ma con parole, frasi e interi passi in quechua, il che la rende una fonte preziosa anche per la lingua.
Il re non ricevette mai la cronaca. Il manoscritto si trova almeno dagli anni Sessanta del Seicento nella Biblioteca reale di Copenaghen, dove lo studioso tedesco Richard Pietschmann lo scoprì nel 1908. Un facsimile fu pubblicato a Parigi nel 1936, un’edizione critica di John Murra e Rolena Adorno nel 1980, e dal 2001 l’intero manoscritto è consultabile online.

Disegni di Guaman Poma


Parole dal quechua
Le parole quechua sono passate nelle lingue europee attraverso lo spagnolo. Per lo più designano animali, piante e paesaggi andini per i quali gli europei non avevano una parola:
| quechua | significato | inglese |
|---|---|---|
| llama | lama | llama |
| puma | puma | puma |
| kuntur | condor | condor (attraverso lo spagnolo cóndor) |
| kuka | l’arbusto della coca e le sue foglie | coca, e da qui cocaine |
| wanu | sterco, fertilizzante | guano, escrementi di uccelli delle isole costiere |
| pampa | pianura | pampas |
| wik'uña | vigogna, un camelide selvatico | vicuña |
| kinwa | quinoa, una coltura cerealicola andina | quinoa |
| kina | corteccia | quinine (attraverso lo spagnolo quina, corteccia di china) |
Il quechua oggi
Secondo i censimenti del 2001–2017 considerati insieme, poco meno di sette milioni di persone parlano quechua in Perù, Bolivia, Ecuador, Colombia, Argentina e Cile (Ethnologue 2022 indica 7,2 milioni). I censimenti probabilmente sottostimano i parlanti; stime più vecchie, risalenti a circa il 2004, indicavano da 8 a 10 milioni. È la famiglia linguistica indigena più parlata delle Americhe. Nel censimento peruviano del 2017 circa 3,7 milioni di persone, poco meno del 14 per cento della popolazione, lo indicarono come lingua materna. Nel 1975 il Perù fu il primo paese a fare del quechua una lingua ufficiale; in Bolivia la costituzione del 2009 lo elenca tra le lingue ufficiali, e in Ecuador, dove è chiamato kichwa, è la seconda lingua più parlata dopo lo spagnolo.
Dopo secoli di oppressione il quechua è soprattutto una lingua rurale, e molte famiglie mandano i figli in scuole di lingua spagnola nella speranza di migliori prospettive. Perù, Bolivia ed Ecuador hanno perciò introdotto l’educazione interculturale bilingue e formano interpreti per la sanità e i tribunali, e la radio nazionale peruviana trasmette in quechua. Nel 2019 all’Università di San Marcos a Lima fu discussa per la prima volta una tesi di dottorato scritta in quechua. Il quechua ha preso in prestito centinaia di parole spagnole (waka «mucca» da vaca, iskwila «scuola» da escuela), e lo spagnolo latinoamericano a sua volta ha preso in prestito dal quechua: papa «patata», wawa «bambino piccolo» in Bolivia e soroche «mal di montagna» in Perù.

Cronologia
- ca. 600–1000I più antichi khipu indiscussi, attribuiti allo Stato wari.
- 1438Secondo la cronologia tradizionale Pachacuti inizia le sue conquiste e si forma il Tawantinsuyu.
- 1532Francisco Pizarro cattura Atahualpa a Cajamarca.
- 1533Atahualpa viene giustiziato; Hernando Pizarro descrive i khipukamayuq.
- 1560Domingo de Santo Tomás pubblica la prima grammatica e il primo dizionario del quechua.
- 1572Caduta di Vilcabamba ed esecuzione di Túpac Amaru.
- 1583Il Terzo Concilio di Lima ordina di bruciare alcuni khipu.
- 1584La Doctrina Christiana y catecismo, generalmente considerata il primo libro stampato in America meridionale.
- 1609Inca Garcilaso de la Vega: Commentari reali degli Inca.
- ca. 1615Guaman Poma completa la sua cronaca.
- 1780–1782Ribellione di Túpac Amaru II, seguita dal divieto della letteratura in quechua.
- 1908Richard Pietschmann scopre a Copenaghen il manoscritto di Guaman Poma.
- 1912Leslie Leland Locke: i khipu registrano numeri in base dieci.
- 1975Il quechua diventa lingua ufficiale del Perù.
- 1981Marcia Ascher e Robert Ascher pubblicano Code of the Quipu.
- 2005Urton e Brezine: un terzetto di nodi come possibile nome di Puruchuco.
Il quechua e le lingue vicine sul globo
Tocca una lingua per vederla sul globo:
Fonti e letture consigliate
- Willem F. H. Adelaar, Pieter C. Muysken: The Languages of the Andes. Cambridge University Press, 2004.
- Alan Durston: Pastoral Quechua. The History of Christian Translation in Colonial Peru, 1550–1650. University of Notre Dame Press, 2007.
- Terence N. D’Altroy: The Incas. 2nd ed. Wiley-Blackwell, 2015.
- Marcia Ascher, Robert Ascher: Code of the Quipu. A Study in Media, Mathematics, and Culture. University of Michigan Press, 1981.
- Gary Urton: Signs of the Inka Khipu. Binary Coding in the Andean Knotted-String Records. University of Texas Press, 2003.
- Rolena Adorno: Guaman Poma. Writing and Resistance in Colonial Peru. University of Texas Press, 1986.
- Glottolog 5 (le lingue e la loro classificazione).