Atlante delle lingue

Lingue dell’antichità

I Germani e le rune

Europa settentrionale e centrale · rune dal II secolo, una Bibbia gotica dal IV

I Germani scrissero dapprima in rune, una scrittura di 24 lettere che con ogni probabilità prese forma nei primi due secoli d.C. sul modello di uno degli alfabeti del Mediterraneo. Incidevano rune su armi, gioielli e, più tardi, pietre; le iscrizioni più antiche datate con sicurezza vengono dalle torbiere danesi del II secolo. Nel IV secolo il vescovo goto Wulfila ideò un alfabeto proprio, basato su quello greco, per tradurre la Bibbia, e il gotico divenne così la prima lingua germanica con testi di una certa ampiezza. L’inglese, il tedesco, il neerlandese e le lingue nordiche discendono tutti dalla parlata dei primi Germani.

I Germani e la loro lingua

I Germani non erano un’unica nazione ma molte tribù legate da parlate affini. Il loro antenato comune, il protogermanico, si sarebbe sviluppato secondo l’opinione generale negli ultimi secoli a.C. nella Scandinavia meridionale e nell’attuale Germania settentrionale. Non è attestato in alcun testo continuo; i linguisti lo ricostruiscono confrontando le lingue successive. I Romani conoscevano i Germani come vicini sul Reno e sul Danubio, e intorno al 98 d.C. Tacito dedicò loro un trattato, la Germania.

Le lingue germaniche si dividono in tre rami. Il ramo orientale, cui appartenevano il gotico, il vandalico e il burgundo, non ha discendenti viventi. Il ramo settentrionale produsse il norreno e da esso l’islandese, il norvegese, lo svedese, il danese e il faroese. Il ramo occidentale comprende l’inglese, il tedesco, il neerlandese, il frisone e lo yiddish.

Armi ed equipaggiamento personale da Vimose, sull’isola di Fionia. Durante l’epoca romana nella torbiera furono deposte armi come offerte a più riprese; il pettine con le rune proviene dallo stesso sito. Museo nazionale di Danimarca.
Armi ed equipaggiamento personale da Vimose, sull’isola di Fionia. Durante l’epoca romana nella torbiera furono deposte armi come offerte a più riprese; il pettine con le rune proviene dallo stesso sito. Museo nazionale di Danimarca. Foto: John Lee, CC BY 4.0, Wikimedia Commons

La mutazione consonantica

Ciò che distingue le lingue germaniche dalle altre lingue indoeuropee è soprattutto un mutamento regolare delle consonanti, descritto da Jacob Grimm (e prima di lui, nel 1818, dal linguista danese Rasmus Rask) e noto come prima mutazione consonantica germanica (legge di Grimm). Dove il latino, il greco o il ceco hanno p, t, k, le lingue germaniche hanno f, þ (il th inglese), h; d divenne t e g divenne k. Così al latino piscis corrispondono il gotico fisks e l’inglese fish, e al latino nox, noctis il gotico nahts e il tedesco Nacht.

Il gotico è la più antica lingua germanica attestata in testi di una certa ampiezza e conserva molti tratti arcaici, ed è per questo che nella linguistica comparativa lo si cita più di ogni altra.

Parole imparentate

Parole gotiche, i loro corrispondenti in inglese, tedesco e islandese e parole affini in altre lingue indoeuropee:

goticoinglese · tedesco · islandesesignificato e confronto
fisksfish · Fisch · fiskurpesce; latino piscis (p → f)
nahtsnight · Nacht · nóttnotte; latino nox, noctis, ceco noc (k → h)
þatathat · das · þaðquello; ceco to (t → þ)
sitansit · sitzen · sitjasedere; latino sedēre, ceco sedět (d → t)
ikI · ich · égio; latino ego (g → k)
kunnancan · können · kunnaconoscere, potere; latino (g)nōscere, greco gignṓskō, ceco znát (g → k)
dauhtardaughter · Tochter · dóttirfiglia; ceco dcera

Da dove vengono le rune

L’origine delle rune è controversa. La maggior parte degli studiosi ritiene che siano nate nel I o II secolo sul modello di uno degli alfabeti allora in uso in Italia e nelle Alpi: l’alfabeto latino o uno degli alfabeti nord-italici (retico, venetico, nord-etrusco), a loro volta derivati dall’etrusco. Gli studiosi scandinavi propendono per il latino, mentre altri fanno notare che alcune rune somigliano alle lettere degli alfabeti alpini sia nella forma sia nel suono. Circa la metà delle rune corrisponde a lettere degli alfabeti latino e nord-italici sia nella forma sia nel suono (per esempio ᚠ f, ᚱ r, ᛏ t); per le altre le interpretazioni divergono. Le forme angolose prive di tratti orizzontali si prestavano all’incisione nel legno.

La più antica testimonianza di un incontro tra parlanti germanici e la scrittura potrebbe essere l’elmo di bronzo Negau B, da un tesoro trovato in Slovenia nel 1812. Sulla sua tesa è graffito, da destra a sinistra, in un alfabeto nord-etrusco, 𐌇𐌀𐌓𐌉𐌙𐌀𐌔𐌕𐌉𐌕𐌄𐌉𐌅𐌀 (qui riportato da sinistra a destra; traslitterato hariχasti teiva). Quasi tutti vi leggono il nome germanico Harigast; il resto è interpretato in vari modi, per esempio come ‘Harigast il sacerdote’. Quando sia stato inciso è incerto; le stime vanno dal IV al II secolo a.C. Non è un’iscrizione runica, ma una scrittura più antica del tipo da cui le rune potrebbero essere nate.

L’elmo di bronzo Negau B, uno dei 26 elmi di tipo etrusco trovati nel 1812 a Ženjak presso Negau (oggi Negova, Slovenia), circa 450–350 a.C. Kunsthistorisches Museum, Vienna.
L’elmo di bronzo Negau B, uno dei 26 elmi di tipo etrusco trovati nel 1812 a Ženjak presso Negau (oggi Negova, Slovenia), circa 450–350 a.C. Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Peter1936F, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
L’iscrizione graffita sulla tesa dell’elmo Negau B in un alfabeto nord-etrusco, da leggere da destra a sinistra. Quasi tutti gli studiosi vi leggono il nome germanico Harigast. Kunsthistorisches Museum, Vienna.
L’iscrizione graffita sulla tesa dell’elmo Negau B in un alfabeto nord-etrusco, da leggere da destra a sinistra. Quasi tutti gli studiosi vi leggono il nome germanico Harigast. Kunsthistorisches Museum, Vienna. Foto: Peter1936F, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

Il futhark di 24 lettere

La più antica scrittura runica si chiama futhark dalle sue prime sei lettere (f, u, þ, a, r, k), o più precisamente futhark antico. Aveva 24 rune in un ordine fisso, divise in tre gruppi di otto (la divisione compare già sulle bratteate del VI secolo); oggi i gruppi si chiamano ættir (in norreno ‘famiglie’). Ogni runa aveva un nome, di solito una parola che cominciava con il suo suono: ᚠ si chiamava *fehu ‘bestiame, ricchezza’, ᛗ *mannaz ‘uomo’. I nomi protogermanici non sono scritti da nessuna parte; vengono ricostruiti dal poema runico anglosassone, dai successivi nomi norreni delle rune e dai nomi delle lettere gotiche.

Il più antico elenco completo di tutte le 24 rune si trova sulla pietra di Kylver, a Gotland, risalente al 400 circa. Le rune si scrivevano da sinistra a destra o da destra a sinistra, talvolta alternando la direzione da una riga all’altra, e spesso le parole non erano separate. Si conoscono circa 350 iscrizioni nel futhark antico, per lo più brevi: il nome di un proprietario o di un artefice, una dedica, un incantesimo. La capacità di leggerle andò perduta, e il futhark antico fu decifrato solo nel 1865 dallo studioso norvegese Sophus Bugge.

Il futhark antico

  • f*fehu ‘bestiame, ricchezza’
  • u*ūruz ‘uro’
  • þ[θ]; nome incerto, norreno þurs ‘gigante’
  • a*ansuz ‘dio’
  • r*raidō ‘cavalcata’
  • knome incerto
  • g*gebō ‘dono’
  • w*wunjō ‘gioia’
  • h*hagalaz ‘grandine’
  • n*naudiz ‘bisogno’
  • i*īsaz ‘ghiaccio’
  • j*jēran ‘anno, raccolto’
  • ïsuono incerto; *ī(h)waz ‘tasso’
  • prara; nome oscuro
  • zpiù tardi r (ʀ); nome incerto (di solito ricostruito come *algiz)
  • s*sōwilō ‘sole’
  • t*tīwaz, il dio Týr
  • b*berkanan ‘betulla’
  • e*ehwaz ‘cavallo’
  • m*mannaz ‘uomo’
  • l*laguz ‘acqua’
  • ŋ*ingwaz, il dio Ing
  • d*dagaz ‘giorno’
  • o*ōþalan ‘terra ereditaria’

harjal’iscrizione sul pettine di Vimose (circa 150–200), con ogni probabilità un nome maschile, forse ‘guerriero’

I nomi delle rune sono ricostruzioni (l’asterisco indica una forma non attestata), e per diverse rune il nome o il suono è incerto. Le forme delle rune variavano da luogo a luogo e nel tempo; Unicode codifica le rune da sinistra a destra. I caratteri sono resi con il font Noto Sans Runic.

La pietra di Kylver (Gotland, circa 400), che reca il più antico elenco completo delle 24 rune del futhark antico. La serie termina con un segno a forma di albero, e poco più in là si trova la parola sueus, di significato sconosciuto. Museo di storia svedese, Stoccolma.
La pietra di Kylver (Gotland, circa 400), che reca il più antico elenco completo delle 24 rune del futhark antico. La serie termina con un segno a forma di albero, e poco più in là si trova la parola sueus, di significato sconosciuto. Museo di storia svedese, Stoccolma. Foto: Helena Bonnevier, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

Pettini, gioielli e corni d’oro

Le più antiche iscrizioni runiche datate con sicurezza vengono dalle torbiere danesi, dove in epoca romana si deponevano armi ed equipaggiamenti come offerte. Il pettine di Vimose, dall’isola di Fionia, del 150–200 circa, reca la parola harja. Nel 2023 gli archeologi norvegesi hanno annunciato la pietra di Svingerud (comune di Hole), che secondo la datazione della tomba fu realizzata in un momento compreso tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C.; potrebbe quindi essere ancora più antica, ma la data è incerta. Il futhark antico non era usato solo al nord: si conoscono iscrizioni anche dalla Renania, dall’Alamannia e a est fino ai Carpazi, per esempio sul collare d’oro del tesoro di Pietroasele in Romania, la cui iscrizione si legge gutani… hailag e viene collegata ai Goti.

Intorno al 400 si cominciarono a erigere pietre runiche commemorative (l’unica più antica è il ritrovamento isolato di Svingerud). La pietra di Tune, nella Norvegia sud-orientale, commemora un uomo di nome Woduridaz e, secondo la lettura corrente, menziona anche tre figlie e un’eredità (þrijōz dohtrīz, ‘tre figlie’). L’iscrizione più famosa del periodo antico è però la frase sul corno d’oro di Gallehus.

Rune sugli oggetti

Un pettine in corno di cervo dalla torbiera di Vimose sull’isola di Fionia (Danimarca), circa 150–200, con l’iscrizione runica harja, con ogni probabilità un nome maschile. È tra le più antiche iscrizioni runiche datate con sicurezza. Museo nazionale di Danimarca.
Un pettine in corno di cervo dalla torbiera di Vimose sull’isola di Fionia (Danimarca), circa 150–200, con l’iscrizione runica harja, con ogni probabilità un nome maschile. È tra le più antiche iscrizioni runiche datate con sicurezza. Museo nazionale di Danimarca. Foto: Nationalmuseet, Roberto Fortuna, Kira Ursem, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons
Il collare d’oro con iscrizione runica dal tesoro di Pietroasele (Romania), circa 250–400. Fu spezzato in due quando fu rubato nel XIX secolo, e parte dell’iscrizione fu danneggiata. Museo nazionale di storia della Romania, Bucarest.
Il collare d’oro con iscrizione runica dal tesoro di Pietroasele (Romania), circa 250–400. Fu spezzato in due quando fu rubato nel XIX secolo, e parte dell’iscrizione fu danneggiata. Museo nazionale di storia della Romania, Bucarest. Foto: Asybaris01, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons
La pietra runica di Tune (Østfold, Norvegia), circa 400, con righe verticali di rune del futhark antico. Museo di storia culturale, Oslo.
La pietra runica di Tune (Østfold, Norvegia), circa 400, con righe verticali di rune del futhark antico. Museo di storia culturale, Oslo. Foto: Skadinaujo, CC BY-SA 2.5, Wikimedia Commons
Copie dei corni d’oro di Gallehus (Jutland meridionale, inizio del V secolo), realizzate nel 1980 sulla base di disegni del XVII e XVIII secolo. Gli originali furono rubati e fusi nel 1802. L’iscrizione runica corre intorno all’imboccatura del corno più corto (in alto). Museo nazionale di Danimarca, Copenaghen.
Copie dei corni d’oro di Gallehus (Jutland meridionale, inizio del V secolo), realizzate nel 1980 sulla base di disegni del XVII e XVIII secolo. Gli originali furono rubati e fusi nel 1802. L’iscrizione runica corre intorno all’imboccatura del corno più corto (in alto). Museo nazionale di Danimarca, Copenaghen. Foto: Nationalmuseet, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

ek hlewagastiz : holtijaz : horna : tawido :

ek
io
hlewagastiz
Hlewagastiz (un nome, forse ‘ospite della fama’)
holtijaz
Holtijaz (molto probabilmente ‘figlio di Holt’)
horna
corno (accusativo)
tawido
feci
Io, Hlewagastiz Holtijaz, feci il corno.L’iscrizione si trovava sul più corto dei due corni d’oro rinvenuti nel 1734 a Gallehus, nello Jutland meridionale; i corni risalivano all’inizio del V secolo. Nel 1802 un ladro li fuse, perciò l’iscrizione è nota solo da disegni. È una delle più antiche frasi complete nel futhark antico e il più antico verso germanico conservato: le parole hlewagastiz, holtijaz e horna sono legate dall’allitterazione, la ripetizione della h iniziale. Holtijaz è di solito inteso come patronimico; altri lo leggono come ‘del bosco’. I due punti sono divisori di parola.

Rune e pietre runiche dell’età vichinga

In Scandinavia, nel corso del VII e dell’VIII secolo, il numero delle rune si ridusse da 24 a 16. Ne risultò il futhark recente, la scrittura dell’età vichinga, in una forma danese e in una svedese-norvegese. Una runa doveva ora valere per più suoni: ᚢ scriveva u, o e y, ᚴ sia k sia g. Nel frattempo il norreno si sviluppava e acquisiva nuovi suoni. Diverse migliaia di pietre runiche recano iscrizioni nelle rune recenti, per lo più in Svezia, e la maggior parte sono monumenti in memoria di parenti defunti.

La pietra di Rök, nell’Östergötland in Svezia, dell’inizio del IX secolo, reca circa 760 caratteri, la più lunga iscrizione runica su pietra conosciuta. La eresse un padre di nome Varinn in memoria del figlio morto Vámóðr. Il testo è volutamente difficile: in parte è cifrato e in parte scritto nel futhark antico; una strofa su Þjóðríkr, che ‘ora siede sul suo cavallo gotico’, viene di solito riferita al re ostrogoto Teodorico il Grande. La lettura delle rune è per lo più sicura, il senso dell’insieme è interpretato in modi diversi. A Jelling, in Danimarca, nel X secolo il re Gorm eresse una pietra per la moglie Thyra, e suo figlio Aroldo Dente Azzurro una grande pietra per i genitori, in cui proclamava che Aroldo ‘conquistò per sé tutta la Danimarca e la Norvegia e fece cristiani i Danesi’.

La pietra runica di Rök (Östergötland, Svezia), inizio del IX secolo. Reca la più lunga iscrizione runica su pietra conosciuta, circa 760 caratteri.
La pietra runica di Rök (Östergötland, Svezia), inizio del IX secolo. Reca la più lunga iscrizione runica su pietra conosciuta, circa 760 caratteri. Foto: Nicklas Sjölund Larsson, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons
Le pietre di Jelling (Danimarca) nelle loro teche protettive di vetro: a sinistra la grande pietra del re Aroldo Dente Azzurro, a destra la pietra più piccola di suo padre Gorm, entrambe del X secolo. Dal 1994 sono nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO.
Le pietre di Jelling (Danimarca) nelle loro teche protettive di vetro: a sinistra la grande pietra del re Aroldo Dente Azzurro, a destra la pietra più piccola di suo padre Gorm, entrambe del X secolo. Dal 1994 sono nella lista del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Foto: Ajepbah, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons

Il futhorc anglosassone

Angli, Sassoni e Frisoni, al contrario, ampliarono la serie runica. Poiché in antico inglese e in frisone il suono a si scisse, una runa ne divenne tre: ᚪ āc, ᚫ æsc e ᚩ ōs. Dai nuovi valori la serie si chiama futhorc. Aveva 28 lettere, e in Inghilterra in seguito arrivò a circa 33. Le rune vi furono usate dal V secolo circa e sopravvissero all’arrivo del cristianesimo: compaiono su croci, sul sarcofago di San Cutberto e sul Cofanetto Franks in osso di balena, dove le rune si mescolano alle lettere latine e la leggenda pagana alle scene bibliche. Dal VII secolo, però, l’alfabeto latino le soppiantò gradualmente, accogliendo come lettere due rune: þ (thorn) e ƿ (wynn).

Il pannello frontale del Cofanetto Franks in osso di balena (Northumbria, VIII secolo): a sinistra Weland il fabbro, dalla leggenda germanica, a destra l’Adorazione dei Magi. Intorno alle scene corre un’iscrizione in antico inglese in rune anglosassoni. British Museum, Londra; una fotografia d’epoca di Wilhelm Viëtor.
Il pannello frontale del Cofanetto Franks in osso di balena (Northumbria, VIII secolo): a sinistra Weland il fabbro, dalla leggenda germanica, a destra l’Adorazione dei Magi. Intorno alle scene corre un’iscrizione in antico inglese in rune anglosassoni. British Museum, Londra; una fotografia d’epoca di Wilhelm Viëtor. Foto: Wilhelm Viëtor, pubblico dominio, Wikimedia Commons

Wulfila e l’alfabeto gotico

I Goti si stabilirono a nord del Danubio e del Mar Nero nel corso del II e III secolo. Tra loro crebbe Wulfila (in latino Ulfilas, circa 311–383), discendente in parte da cristiani dell’Asia Minore che i Goti avevano portato via come prigionieri. Intorno al 341 fu consacrato vescovo dei Goti; dopo una persecuzione dei cristiani si stabilì nel 348 con i suoi fedeli in territorio romano, in Mesia (l’odierna Bulgaria), e morì a Costantinopoli. Aderiva alla concezione ariana della fede, e così i Goti e gli altri popoli germanici che da loro ricevettero il cristianesimo rimasero a lungo ariani.

Secondo gli autori antichi, Wulfila ideò un alfabeto proprio per tradurre la Bibbia dal greco. La maggior parte delle sue lettere viene dall’alfabeto greco, diverse somigliano nella forma a lettere latine, e per due, j e u, è stata proposta un’origine runica; quanto abbiano contribuito il latino e le rune è controverso. Come le lettere greche, avevano anche valori numerici. La traduzione è tradizionalmente attribuita allo stesso Wulfila, ma l’analisi del testo fa pensare che vi abbia lavorato un gruppo di traduttori, forse sotto la sua direzione.

Wulfila mentre traduce la Bibbia, come lo immaginò l’illustratore Wilhelm Lindenschmit il Giovane nel 1879. Il vero aspetto di Wulfila è sconosciuto.
Wulfila mentre traduce la Bibbia, come lo immaginò l’illustratore Wilhelm Lindenschmit il Giovane nel 1879. Il vero aspetto di Wulfila è sconosciuto. Foto: Wilhelm Lindenschmit ml., pubblico dominio, Wikimedia Commons

Lettere gotiche (una selezione)

  • a1; dal greco Α
  • b2; dal greco Β
  • g3; dal greco Γ
  • d4; dal greco Δ
  • e5; lunga [eː]
  • q6; [kʷ]
  • h8; con la forma della h latina
  • þ9; [θ], al posto del greco θ
  • i10; ei = [iː] lunga
  • j60; forma forse dalla G latina o dalla runa ᛃ
  • u70; forma forse dalla runa ᚢ
  • r100; con la forma della R latina
  • s200; con la forma della S latina
  • w400; dal greco Υ
  • f500; con la forma della F latina
  • ƕ700; [hʷ], una lettera a sé
  • o800; lunga [oː]

hlaifpane (accusativo), dal Padre nostro gotico; il ceco chléb ‘pane’ viene dalla stessa parola germanica

Il numero accanto a ogni lettera è il suo valore numerico. L’alfabeto aveva 27 caratteri, due dei quali (per 90 e 900) servivano solo come numerali. I caratteri sono resi con il font Noto Sans Gothic.

La Bibbia d’argento

La Bibbia gotica sopravvive solo in frammenti, soprattutto dei Vangeli e delle Lettere di Paolo. Il più prezioso è la Bibbia d’argento (Codex argenteus) del VI secolo, scritta con inchiostro d’argento e d’oro su pergamena tinta di porpora. Fu con ogni probabilità realizzata in Italia sotto il re ostrogoto Teodorico il Grande (morto nel 526), forse a Ravenna. Dei 336 fogli originari ne sopravvivono 188.

Il codice venne alla luce nel XVI secolo nell’abbazia di Werden presso Essen e passò nelle collezioni dell’imperatore Rodolfo II a Praga. Nel 1648 le truppe svedesi lo portarono da lì a Stoccolma come bottino di guerra; dopo l’abdicazione della regina Cristina, Isaac Vossius lo portò nei Paesi Bassi, dove negli anni Sessanta del Seicento il conte Magnus Gabriel De la Gardie lo acquistò e lo donò all’Università di Uppsala, dove si trova tuttora. L’ultimo foglio fu trovato nel 1970 a Spira. Dal 2011 il codice è iscritto nel registro Memoria del mondo dell’UNESCO.

Il foglio 97 della Bibbia d’argento (Codex argenteus), VI secolo: il testo gotico dei Vangeli in inchiostro d’argento su pergamena tinta di porpora, con archi che racchiudono i nomi abbreviati degli evangelisti in fondo alla pagina e una nota latina più tarda a margine. Biblioteca dell’Università di Uppsala.
Il foglio 97 della Bibbia d’argento (Codex argenteus), VI secolo: il testo gotico dei Vangeli in inchiostro d’argento su pergamena tinta di porpora, con archi che racchiudono i nomi abbreviati degli evangelisti in fondo alla pagina e una nota latina più tarda a margine. Biblioteca dell’Università di Uppsala. Foto: pubblico dominio, Wikimedia Commons

atta unsar þu in himinam, weihnai namo þein

atta
padre
unsar
nostro
þu
tu
in himinam
nei cieli
weihnai
sia santificato
namo
nome
þein
tuo
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome.L’inizio del Padre nostro (Matteo 6,9) nella traduzione gotica, come è conservato nella Bibbia d’argento. Per ‘padre’ il gotico usa qui atta; fadar, affine all’inglese father, ricorre una sola volta nei testi gotici. Il digramma ei indica la i lunga, perciò weihnai si pronunciava all’incirca [wiːhnɛː]. Poco più avanti la preghiera ha hlaif unsarana ‘il nostro pane’.

I Germani nelle terre ceche

Dopo i Boi celtici, dai quali la Boemia prende in latino il nome di Boiohaemum (la seconda parte del nome si fa di solito derivare dal germanico *haimaz ‘casa, patria’), alla fine del I secolo a.C. giunsero in Boemia i Marcomanni germanici. Erano guidati da Maroboduo, che vi costruì una potente confederazione tribale; dove si trovasse la sua sede non è noto. Marcomanni e Quadi furono poi per secoli vicini dell’Impero romano, e dal 166 al 180 lo combatterono nelle guerre marcomanniche. Durante il periodo delle migrazioni altri gruppi germanici attraversarono le terre ceche, tra cui i Longobardi, e nel VI secolo arrivarono gli Slavi.

La più antica iscrizione nota proveniente da un ambiente slavo è runica. Su una costola di bovino da un insediamento slavo a Lány presso Břeclav, risalente al 600 circa, sono incise le ultime sette rune del futhark antico. Il ritrovamento è stato pubblicato nel 2021 da un gruppo guidato da Jiří Macháček; resta aperta la questione se le rune siano state incise da uno slavo o da qualcuno proveniente da un ambiente germanico.

Le lingue germaniche oggi

Il gotico si estinse nell’alto Medioevo; nel XVI secolo, tuttavia, il diplomatico fiammingo Ogier Ghiselin de Busbecq annotò qualche decina di parole del gotico di Crimea, che sopravvisse in Crimea fino al XVIII secolo e non era un discendente diretto del gotico di Wulfila. Il norreno è conservato nelle saghe islandesi e nelle Edda, e l’islandese gli resta vicino ancora oggi. Circa 515 milioni di persone parlano una lingua germanica come lingua materna; la più diffusa è l’inglese (360–400 milioni di parlanti nativi), seguita dal tedesco (oltre 100 milioni) e dal neerlandese (circa 24 milioni).

Cronologia

  1. IV–II sec. a.C.?Il nome germanico Harigast sull’elmo Negau B (datazione incerta).
  2. fine del I sec. a.C.I Marcomanni guidati da Maroboduo si trasferiscono in Boemia.
  3. circa 98Tacito scrive la Germania.
  4. circa 150–200Il pettine di Vimose con l’iscrizione harja.
  5. 166–180Le guerre marcomanniche di Roma contro Marcomanni e Quadi.
  6. circa 341Wulfila è consacrato vescovo dei Goti.
  7. circa 369Data tradizionale del completamento della Bibbia gotica.
  8. circa 400La pietra di Kylver con la serie completa del futhark; la pietra di Tune.
  9. inizio del V sec.I corni d’oro di Gallehus.
  10. VI sec.La Bibbia d’argento, con ogni probabilità nell’Italia ostrogota.
  11. circa 600Rune sulla costola da Lány presso Břeclav.
  12. VII–VIII sec.In Scandinavia nasce il futhark recente di 16 rune.
  13. inizio del IX sec.La pietra di Rök.
  14. X sec.Le pietre runiche del re Gorm e di Aroldo Dente Azzurro a Jelling.
  15. 1648Le truppe svedesi portano via da Praga la Bibbia d’argento.
  16. 1865Sophus Bugge decifra il futhark antico.

Le lingue germaniche sul globo

Tocca una lingua per vederla sul globo:

Fonti e letture consigliate

  • R. I. Page: Runes. British Museum Press, 1987.
  • Michael P. Barnes: Runes: A Handbook. Boydell Press, 2012.
  • Klaus Düwel: Runenkunde. Metzler, 4th ed. 2008.
  • D. Gary Miller: The Oxford Gothic Grammar. Oxford University Press, 2019.
  • Don Ringe: From Proto-Indo-European to Proto-Germanic. Oxford University Press, 2006.
  • Macháček, J., Nedoma, R., Dresler, P. et al.: Runes from Lány (Czech Republic) – The oldest inscription among Slavs. A new standard for multidisciplinary analysis of runic bones. Journal of Archaeological Science 127 (2021), 105333.
  • Glottolog 5 (le lingue e la loro classificazione).

Illustrazione: Atlante delle lingue. Fotografie: Wikimedia Commons, con autori e licenze indicati accanto a ogni immagine. Testo: Atlante delle lingue, in base alla letteratura scientifica citata sopra.

Torna al globo