
Storie delle lingue
Misteri linguistici
Scritture non decifrate · lingue senza parenti · famiglie controverse
I linguisti sanno leggere la scrittura cuneiforme e i geroglifici e ricostruire parole pronunciate cinque o seimila anni fa. Alcune questioni restano però aperte: scritture che nessuno ha letto, lingue di cui non si conoscono i parenti e grandi famiglie su cui gli specialisti discutono ancora. Questa pagina tiene distinto ciò che è documentato, ciò che è ipotesi e ciò che continua a essere ripetuto benché non abbia retto al vaglio scientifico.
Tre modi di non sapere
«Mistero» qui non indica nulla di occulto o soprannaturale. Si tratta di questioni aperte per le quali le prove finora non bastano. Sono di tre tipi: scritture le cui iscrizioni non sappiamo leggere o non sappiamo comprendere; lingue di cui non è stata dimostrata la parentela con nessun'altra; e grandi famiglie proposte che gli specialisti contestano perché le prove a loro favore sono deboli.
Per ciascuna di queste questioni occorre tenere distinte tre cose. Un fatto è ciò che è documentato dai reperti e verificato in modo indipendente, come l'età della pergamena del manoscritto Voynich. Un'ipotesi è un'interpretazione che le prove consentono ma non dimostrano, come una parentela tra le lingue jenisseiane della Siberia e le lingue na-dene del Nord America. Un mito è un'affermazione che si diffonde benché non abbia retto al vaglio scientifico, come i ricorrenti annunci secondo cui il manoscritto Voynich sarebbe stato finalmente letto.
Leggere non è comprendere
La decifrazione ha due aspetti: stabilire come si leggono i segni e comprendere la lingua che essi registrano. Le due cose non vanno necessariamente insieme. Le iscrizioni etrusche si possono leggere perché l'alfabeto etrusco deriva da quello greco, ma la lingua è compresa solo in parte. Nella lineare A i valori di molti segni si possono stimare in base alla successiva lineare B, ma la lingua è sconosciuta. Nella scrittura dell'Indo non si conoscono né i valori dei segni né la lingua.
Il caso più evidente di una scrittura che si può leggere ma non comprendere è il meroitico, del regno di Kush sul medio Nilo (l'odierno Sudan). Fu usato dal III secolo a.C.; l'ultima iscrizione nota risale al V secolo d.C. Aveva due forme: un corsivo derivato dal demotico egizio e segni monumentali modellati sui geroglifici egizi. Nel 1909–1911 l'egittologo britannico Francis Llewellyn Griffith stabilì i valori dei suoi 23 segni a partire da nomi egizi scritti in meroitico. Da allora le iscrizioni si possono pronunciare, ma ciò che comprendiamo sono soprattutto nomi, titoli, le formule fisse dei testi funerari e solo una parte del lessico.
Per molto tempo al meroitico non si conobbero parenti. Secondo il linguista francese Claude Rilly appartiene alle lingue sudaniche orientali settentrionali, il gruppo che comprende anche le lingue nubiane; Glottolog lo classifica ancora come isolato. Senza testi bilingui più lunghi, la comprensione progredisce solo lentamente.

Scritture non decifrate
Scritture le cui iscrizioni nessuno ha ancora letto in modo affidabile, o la cui lettura resta controversa. Il numero dei testi è approssimativo e cambia con i nuovi ritrovamenti:
| scrittura | dove e quando | testimonianze | perché non si può leggere |
|---|---|---|---|
| Geroglifici cretesi | Creta, circa 2100–1700 a.C. | oltre 300 oggetti (corpus del 1996): sigilli, impronte di sigillo e oggetti d'argilla | iscrizioni brevi, lingua sconosciuta, nessuna bilingue |
| Lineare A | Creta e isole dell'Egeo, circa 1800–1450 a.C. | circa 1400 iscrizioni, in tutto circa 7400 segni | i valori dei segni sono stimati in base alla lineare B; la lingua è sconosciuta |
| Scrittura dell'Indo | bacino dell'Indo, circa 2600–1900 a.C. | circa 4000–5000 oggetti iscritti, in media circa cinque segni | testi molto brevi, lingua sconosciuta, nessuna bilingue; è controverso perfino che registri una lingua |
| Proto-elamica | Iran, soprattutto Susa, circa 3100–2900 a.C. | circa 1600 tavolette e frammenti | si comprendono i segni numerici e alcuni altri; la lingua è sconosciuta |
| Elamico lineare | Elam e i suoi vicini orientali (Iran), circa 2300–1850 a.C. | circa 50 iscrizioni, per lo più brevi | la lingua (l'elamico) è nota dal cuneiforme; una lettura proposta nel 2022 è accettata solo in parte |
| Scrittura di Biblo | Biblo (Libano), probabilmente XVIII–XV sec. a.C. | 14 iscrizioni su bronzo e pietra, oltre 1000 segni | pochi testi, lingua sconosciuta, nessuna bilingue |
| Scrittura istmica (epi-olmeca) | istmo di Tehuantepec (Messico), circa 500 a.C. – 500 d.C. | una dozzina circa di oggetti, testi più lunghi solo su due o tre; il più lungo sulla stele di La Mojarra | pochi testi; la lettura proposta nel 1993 è controversa |
| rongorongo | Isola di Pasqua, attestato nel XIX sec. | circa due dozzine di oggetti di legno | pochi testi, l'antico rapa nui è noto solo indirettamente; è controverso che si tratti di scrittura |
| Manoscritto Voynich | origine sconosciuta; pergamena del 1404–1438 | un codice, circa 240 pagine | non si sa se registri una lingua, un cifrario o nulla |
| Segni di Vinča | Europa sud-orientale, circa 4500–4000 a.C. | circa un migliaio di oggetti, per lo più con un solo segno | la maggior parte degli studiosi non li considera scrittura |
Scritture dell'età del bronzo
Nel II millennio a.C. a Creta erano in uso due scritture che nessuno ha letto. I geroglifici cretesi, attestati soprattutto su sigilli in pietra, compaiono un po' prima della lineare A, ma le due scritture furono a lungo usate fianco a fianco. La lineare A è il modello della lineare B, per cui i suoi segni sillabici si possono pronunciare approssimativamente; la lingua degli scribi minoici, però, è sconosciuta, e quel poco che si può ricavare della sua grammatica fa pensare che non fosse strettamente imparentata con alcuna lingua nota. La lineare A e il disco di Festo sono trattati più nel dettaglio nella pagina sulla Grecia antica.
La scrittura della civiltà di Harappa nel bacino dell'Indo è attestata su circa quattro-cinquemila oggetti, per lo più piccoli sigilli. Le iscrizioni contano in media circa cinque segni, la lingua è sconosciuta e non esiste alcuna bilingue. Si propone per lo più un'antica lingua dravidica, ma ciò non è stato dimostrato, e secondo un'opinione minoritaria i segni non registrano affatto una lingua (vedi la pagina sull'India antica).
La scrittura proto-elamica fu usata intorno al 3100–2900 a.C. in Iran, da Susa nel Khuzestan fino all'altopiano, all'incirca nello stesso periodo del più antico cuneiforme mesopotamico. Se ne conoscono circa 1600 tavolette e frammenti. Sappiamo che si tratta di registrazioni amministrative, e i segni numerici si comprendono perché somigliano a quelli mesopotamici, per cui conosciamo le quantità registrate; che cosa venisse contato si può identificare solo per una parte dei segni. La maggior parte degli altri segni è astratta e la lingua degli scribi è sconosciuta; che fosse l'elamico è solo una congettura.
La più tarda scrittura elamica lineare (circa 2300–1850 a.C.) è attestata in appena una cinquantina di iscrizioni, per lo più brevi. La sua lingua è l'elamico, noto da testi cuneiformi, e diverse iscrizioni hanno un corrispettivo accadico; grazie a questi, già nel 1905–1912 si lessero i nomi del re Puzur-Inshushinak e del dio Inshushinak. Nel 2022 l'archeologo francese François Desset e i suoi collaboratori hanno pubblicato una proposta di lettura di quasi tutti i segni. Alcuni specialisti l'hanno accettata, altri attendono traduzioni dettagliate dei testi, ed è anche controverso se la scrittura sia puramente fonetica. Per ora non la si può considerare pienamente decifrata.
Dal porto di Biblo, nell'odierno Libano, provengono quattordici iscrizioni su placche di bronzo, «spatole» di bronzo e lastre di pietra. Le scavò Maurice Dunand nel 1928–1932; ne pubblicò dieci nel 1945 e altre quattro nel 1978. Risalgono probabilmente al XVIII–XV secolo a.C. A seconda del conteggio, da 90 a 114 segni distinti fanno pensare a un sillabario, e alcuni somigliano a segni egizi; ma né la lingua né i valori dei segni sono accertati.

Un istmo e un'isola: la scrittura istmica e il rongorongo
Sull'istmo di Tehuantepec, nel Messico meridionale, tra circa il 500 a.C. e il 500 d.C. si scriveva con la scrittura istmica, detta anche epi-olmeca dal nome della cultura. Il testo più lungo si trova su una stele di pietra rinvenuta nel 1986 a La Mojarra, nel Veracruz; accanto all'iscrizione reca date nel Lungo Computo mesoamericano della metà del II secolo d.C. (sul Lungo Computo vedi la pagina sui Maya). Nel 1993 John Justeson e Terrence Kaufman annunciarono una decifrazione parziale, identificando la lingua con una forma antica di zoque (un ramo della famiglia mixe-zoque). Stephen Houston e Michael Coe (2004), tuttavia, non riuscirono ad applicare il loro sistema a un'altra iscrizione e considerano la decifrazione non dimostrata. La disputa sarà probabilmente risolta solo da un nuovo testo lungo.
Sull'Isola di Pasqua (Rapa Nui) tavolette di legno con righe di piccoli segni furono descritte per la prima volta nel 1864 dal missionario Eugène Eyraud, che scrisse di averle viste in ogni capanna. L'isola stava allora attraversando una catastrofe: le razzie di schiavi peruviane del 1862 e le epidemie che seguirono ridussero la popolazione a meno di duecento persone negli anni Settanta dell'Ottocento, e la conoscenza dei segni andò probabilmente perduta. Si conservano circa due dozzine di oggetti di legno, sparsi nei musei del mondo; sull'isola non ne è rimasto nessuno.
I segni – sagome di persone, animali, piante e forme geometriche – sono scritti in bustrofedico inverso: alla fine di ogni riga la tavoletta viene capovolta. Su una tavoletta è stato riconosciuto un passo con un calendario lunare; per il resto nessun testo è compreso. Gli ostacoli sono il numero esiguo di testi, la mancanza di contesto e il fatto che il rapa nui moderno è stato fortemente influenzato dal tahitiano. Se si tratti di una scrittura vera e propria, di una proto-scrittura o di un ausilio mnemonico è controverso; nessuna di queste interpretazioni è stata dimostrata. È controverso anche se sia nata in modo indipendente o solo dopo il contatto con gli europei. Una datazione al radiocarbonio del legno delle tavolette conservate a Roma, pubblicata nel 2024, ha collocato una di esse molto prima del primo contatto europeo (1722); il legno, tuttavia, potrebbe essere stato inciso più tardi.

È davvero scrittura? Vinča e Tărtăria
Segni incisi compaiono sulla ceramica, sulle fusaiole e sulle statuette della cultura neolitica di Vinča nell'Europa sud-orientale, per lo più databili a circa 4500–4000 a.C. Furono trovati per la prima volta nel 1875 dall'archeologa ungherese Zsófia Torma a Tordos (oggi Turdaș in Romania), e nel 1908 Miloje Vasić li portò alla luce a Vinča, vicino a Belgrado, da cui la cultura prende il nome. Oltre l'85 per cento delle iscrizioni consiste di un solo segno, e nei gruppi di segni non si possono determinare né l'ordine né la direzione di lettura.
Nel 1961 Nicolae Vlassa trovò tre tavolette d'argilla con segni presso il villaggio di Tărtăria in Romania. La loro età si deduce solo da altri oggetti del sito, datati al radiocarbonio a prima del 4000 a.C.; le tavolette stesse non si possono datare perché dopo la scoperta furono sottoposte a trattamento termico, e le circostanze del ritrovamento sono controverse. L'archeologa Marija Gimbutas vide nei segni di Vinča una «scrittura dell'Antica Europa»; questa interpretazione non è stata accolta.
La maggior parte degli studiosi non considera questi segni una scrittura. Potevano indicare la proprietà o l'autore, numeri o significati rituali. Un altro argomento contro la loro lettura come scrittura è che la scrittura nacque in Mesopotamia al servizio dell'amministrazione statale e della contabilità, istituzioni che la cultura di Vinča a quanto pare non possedeva. Vinča trova quindi posto nella storia della scrittura come esempio di quanto sia difficile stabilire dove finisce il simbolo e dove comincia la registrazione della lingua.

Il manoscritto Voynich
Il manoscritto Voynich è un codice di circa 240 pagine di pergamena, scritto in una scrittura che non compare altrove e illustrato con disegni di piante, diagrammi astronomici e astrologici, donne che fanno il bagno e vasi. La datazione al radiocarbonio della pergamena eseguita all'Università dell'Arizona nel 2009 ha dato gli anni 1404–1438; ciò non stabilisce con esattezza quando sia stato scritto il testo. Le piante non si possono identificare con certezza. Dal 1969 il manoscritto si trova nella Beinecke Library dell'Università di Yale con la segnatura MS 408.
La sua storia documentata comincia a Praga. Nel 1639 l'alchimista praghese Georg Baresch inviò campioni della scrittura al gesuita Athanasius Kircher a Roma. Dopo la morte di Baresch il manoscritto passò a Jan Marek Marci, rettore dell'università di Praga, che lo spedì a Kircher nel 1665 o nel 1666. Nella lettera di accompagnamento Marci riferisce ciò che aveva sentito da un amico: l'imperatore Rodolfo II avrebbe acquistato il manoscritto per 600 ducati. Si tratta di una testimonianza di seconda mano. Sulla prima pagina c'è la firma, oggi appena visibile, di Jakub Hořčický di Tepenec, custode dei giardini di Rodolfo; la sua autenticità, però, è controversa. Nel 1912 il libraio antiquario Wilfrid Voynich acquistò il manoscritto da fondi gesuitici, e il codice porta il suo nome.
Il testo ha proprietà statistiche simili a quelle delle lingue naturali – la frequenza delle parole, per esempio, segue la legge di Zipf – ma anche caratteristiche insolite: quasi nessuna parola ha meno di due o più di dieci caratteri. Tra le possibilità considerate ci sono una lingua naturale in una scrittura sconosciuta, un cifrario, una lingua inventata e un'elaborata burla priva di senso; nessuna è stata dimostrata. Una falsificazione moderna è tuttavia improbabile, perché avrebbe richiesto una scorta di almeno quattordici pelli di vitello non scritte dell'inizio del XV secolo.
Pagine del manoscritto Voynich


Lingue senza parenti
Una lingua isolata è una lingua di cui non è stata dimostrata la parentela con nessun'altra; forma una famiglia a sé. Ciò non significa che non abbia mai avuto parenti. O questi si sono estinti senza lasciare testimonianze, o la parentela è così remota che il metodo comparativo non riesce più a individuarla: dopo molti millenni di cambiamenti, le corrispondenze fonetiche regolari si perdono. Una lingua isolata non è quindi un mistero in senso sensazionalistico, ma un esito ordinario della storia linguistica. A seconda di quanto sono rigidi i criteri, se ne contano oltre un centinaio (Glottolog ne elenca circa 180, comprese quelle estinte), per lo più nelle Americhe.
Il confine tra lingua isolata e famiglia può spostarsi. Il giapponese un tempo era classificato come isolato; oggi è raggruppato con le lingue ryukyuane nella famiglia giapponica. Il ket in Siberia è l'ultima lingua jenisseiana viva, eppure non è un isolato, perché i suoi parenti estinti, come l'arin, sono stati documentati. Le lingue isolate vanno inoltre distinte dalle lingue non classificate, di cui si sa troppo poco per classificarle in qualsiasi modo.
La lingua isolata più nota è il basco, l'unica lingua isolata d'Europa e, secondo l'opinione prevalente, l'unica lingua superstite dell'Europa occidentale anteriore all'arrivo delle lingue indoeuropee. L'aquitano, noto solo da nomi in iscrizioni latine del I–III secolo d.C., è considerato suo antenato o stretto parente (il nome Cison corrisponde al basco gizon ‘uomo’). L'aquitano è per lo più considerato l'antenato diretto del basco, ed è per questo che il basco resta un isolato; se fosse una lingua sorella, le due formerebbero una piccola famiglia vasconica. I tentativi di collegare il basco al georgiano sono oggi respinti, e un legame con l'iberico non è stato dimostrato. Tra le lingue dell'antichità, il sumerico e l'elamico sono isolati ben documentati: i testi sono così numerosi che eventuali parenti viventi sarebbero riconoscibili.
Esempi di lingue isolate
Il numero dei parlanti è approssimativo, secondo le stime più recenti disponibili:
| lingua | dove | parlanti | nota |
|---|---|---|---|
| Basco | Spagna settentrionale e Francia sud-occidentale | circa 806 000 (2021) | l'unica lingua isolata d'Europa; l'aquitano è probabilmente il suo antenato |
| Burushaski | Hunza, Nagar e Yasin nel Pakistan settentrionale | circa 130 000 (stima 2018–2020) | i legami proposti con le lingue caucasiche, jenisseiane e indoeuropee non sono dimostrati |
| Ainu | Hokkaidō, Giappone | solo pochi semi-parlanti; un numero crescente di nuovi parlanti (2022) | con l'ainu di Sachalin e delle Curili, estinti, forma una piccola famiglia senza parenti dimostrati |
| Kusunda | Nepal occidentale e centrale | 23 al censimento del 2021 | a lungo classificato erroneamente come tibeto-birmano |
| Nihali | distretto di Buldhana, Maharashtra (India) | circa 2500 (2016) | ha preso in prestito gran parte del lessico dalle lingue vicine, soprattutto dal korku, lingua munda; il suo lessico di base non ha corrispondenze |
| Hadza | presso il lago Eyasi, Tanzania | oltre 1000 (2012) | ha consonanti clic, ed è per questo che un tempo fu raggruppato con le lingue «khoisan» |
| Sumerico | Mesopotamia meridionale | estinto | come lingua parlata cedette il posto all'accadico intorno al passaggio tra il III e il II millennio a.C. |
Famiglie controverse
La parentela tra lingue si dimostra con il metodo comparativo: si cercano corrispondenze fonetiche regolari nel lessico di base e nelle desinenze grammaticali, e a partire da esse si ricostruisce una protolingua comune. Alla p latina corrisponde regolarmente una f nelle lingue germaniche (pater – inglese father, piscis – fish, pes, pedis – foot); un simile sistema di corrispondenze non si può spiegare con il caso o con il prestito. Più si risale nel tempo, più corrispondenze si perdono, ed è per questo che le proposte di grandi macrofamiglie sono controverse.
L'ipotesi altaica collegava le lingue turche, mongoliche e tunguse e, in una forma più ampia, anche il coreano e il giapponese. Nel XX secolo ebbe molti sostenitori, ma oggi la maggior parte dei comparatisti la respinge: spiega i tratti comuni (catene di suffissi, verbo in posizione finale, parte del lessico) con una lunga convivenza e con il prestito, cioè come lega linguistica; una minoranza di specialisti continua a difenderla. L'ipotesi nostratica fu proposta nel 1903 dal linguista danese Holger Pedersen ed elaborata negli anni Sessanta da Vladislav Illič-Svityč e Aharon Dolgopolsky; raggruppa l'indoeuropeo, l'uralico, l'altaico, il cartvelico e, a seconda degli autori, altre famiglie, e oggi gode di scarso consenso. L'ipotesi indo-uralica postula un antenato comune dell'indoeuropeo e dell'uralico; il lessico condiviso, tuttavia, è per lo più interpretato come prestiti risalenti a un'epoca in cui i due gruppi erano vicini.
Molti specialisti considerano l'ipotesi dene-jenisseiana la meglio fondata tra le proposte di parentela remota; fu avanzata nel 2008 (a stampa nel 2010) dal linguista statunitense Edward Vajda. Collega il ket e le estinte lingue jenisseiane della Siberia con le lingue na-dene del Nord America, come il navajo. Altri, come Lyle Campbell, ritengono le prove insufficienti. Al contrario, l'ipotesi del sostrato vasconico del linguista tedesco Theo Vennemann, secondo cui un antecedente del basco si sarebbe diffuso in gran parte d'Europa dopo l'ultima glaciazione lasciando tracce nei toponimi, è largamente respinta dai linguisti storici. Diverso è il caso della famiglia vasconica in senso stretto – il basco insieme all'aquitano – una parentela che gli specialisti accettano.
Un capitolo a sé è la comparazione di massa, poi detta comparazione multilaterale, del linguista statunitense Joseph Greenberg. Invece delle corrispondenze regolari, confronta molte lingue contemporaneamente in base alla somiglianza complessiva delle parole di base e degli elementi grammaticali. In questo modo nel 1987 Greenberg riunì la maggior parte delle lingue indigene delle Americhe, eccetto le lingue na-dene ed eschimo-aleutine, in un'unica famiglia «amerindia». La maggior parte dei linguisti respinge il metodo: senza corrispondenze regolari non si può distinguere l'eredità dal caso e dal prestito, e più lingue si confrontano, più somiglianze casuali emergono. Alcuni raggruppamenti di Greenberg, come l'afroasiatico e il niger-congo, sono accettati perché sostenuti da altri metodi (ed erano già stati proposti da studiosi precedenti); l'«amerindio» e l'«eurasiatico» sono respinti.
Da dove venivano gli indoeuropei?
Che le lingue indoeuropee, dall'India all'Islanda, abbiano un antenato comune è un risultato acquisito della linguistica comparativa. Dove e quando si parlasse la loro protolingua, però, non si può documentare direttamente, perché precede la scrittura. Le prove sono indirette: il lessico ricostruito, l'archeologia e, negli ultimi anni, la genetica delle popolazioni antiche.
L'opinione oggi prevalente è l'ipotesi delle steppe (o dei kurgan), associata agli archeologi Marija Gimbutas e David Anthony. Essa colloca la patria originaria nella steppa pontico-caspica, a nord del Mar Nero e del Mar Caspio, nel V–IV millennio a.C. Uno dei suoi argomenti è che la protolingua aveva parole per la ruota e il carro e per l'allevamento di cavalli e bovini, per cui non può essere molto più antica dell'invenzione della ruota. La sostengono anche studi genetici del 2015, che hanno individuato un movimento su larga scala di persone dalla steppa verso l'Europa centrale circa 4500 anni fa.
La principale alternativa era l'ipotesi anatolica dell'archeologo britannico Colin Renfrew (1987), secondo cui le lingue indoeuropee si diffusero dall'Anatolia insieme all'agricoltura a partire da circa il VII millennio a.C. Alcuni studi filogenetici statistici (2003, 2012) la sostennero, ma si accorda meno bene con le prove linguistiche e genetiche e oggi gode di un consenso minoritario; nel 2017 lo stesso Renfrew ha accettato grandi migrazioni dalla steppa verso l'Europa, pur continuando a collocare in Anatolia la fase più antica della protolingua. Restano aperti alcuni dettagli, per esempio da dove venissero gli antenati delle lingue anatoliche, tra cui l'ittita, e se la fase più antica della protolingua sia nata più a sud, vicino al Caucaso. Le tesi secondo cui le lingue indoeuropee sarebbero nate in India, o sarebbero parlate in Europa senza interruzione dal Paleolitico, sono considerate marginali nella letteratura scientifica e non hanno retto.
Cronologia
- 1639Prima menzione documentata del manoscritto Voynich: una lettera dell'alchimista praghese Georg Baresch ad Athanasius Kircher.
- 1864Eugène Eyraud descrive tavolette di legno con il rongorongo sull'Isola di Pasqua.
- 1875Zsófia Torma trova a Tordos i primi oggetti con segni di Vinča.
- 1903Holger Pedersen propone la macrofamiglia nostratica.
- 1909–1911Francis Llewellyn Griffith stabilisce i valori dei segni della scrittura meroitica.
- 1912Wilfrid Voynich acquista il manoscritto che oggi porta il suo nome.
- 1961In Romania vengono trovate le tavolette di Tărtăria.
- 1986Scoperta della stele di La Mojarra con la più lunga iscrizione istmica.
- 1987Colin Renfrew formula l'ipotesi anatolica; Joseph Greenberg propone la famiglia «amerindia».
- 1993John Justeson e Terrence Kaufman annunciano una decifrazione parziale della scrittura istmica.
- 2008Edward Vajda avanza l'ipotesi dene-jenisseiana.
- 2009Datazione al radiocarbonio della pergamena del manoscritto Voynich: 1404–1438.
- 2015Studi sul DNA antico sostengono un'origine delle lingue indoeuropee nella steppa.
- 2022François Desset e i suoi collaboratori pubblicano una proposta di lettura dell'elamico lineare.
Concetti chiave
Termini tecnici ricorrenti nei dibattiti sulle scritture non decifrate e sulle parentele remote:
- Lingua isolata
- Una lingua senza una parentela dimostrata con nessun'altra; forma una famiglia a sé. Ciò non significa che non abbia mai avuto parenti, ma solo che nessuna parentela è stata dimostrata.Basco, burushaski, hadza; tra le lingue estinte il sumerico e l'elamico.
- Lingua non classificata
- Una lingua documentata così scarsamente da non poter essere né assegnata a una famiglia né definita con sicurezza un isolato.Molte lingue antiche note solo da poche brevi iscrizioni o da nomi.
- Macrofamiglia
- Un raggruppamento proposto di più famiglie linguistiche accertate sotto un antenato comune. Nessuna delle grandi macrofamiglie è generalmente accettata.Nostratico, altaico in senso ampio, dene-caucasico.
- Metodo comparativo
- Il procedimento che dimostra la parentela attraverso corrispondenze fonetiche regolari nel lessico di base e nella grammatica, e mediante la ricostruzione della protolingua.Alla p latina corrisponde la f germanica: pater – father, piscis – fish.
- Comparazione di massa (multilaterale)
- Il metodo di Joseph Greenberg: confronta molte lingue contemporaneamente in base alla somiglianza complessiva delle parole, senza richiedere corrispondenze regolari. La maggior parte dei linguisti lo respinge.La famiglia «amerindia» di Greenberg (1987).
- Decifrazione
- Lo stabilire come si leggono i segni di una scrittura sconosciuta e il comprendere la lingua che essi registrano. Le due cose non avvengono necessariamente nello stesso momento.Il meroitico è leggibile dal 1909–1911, ma la lingua è compresa solo in parte.
- Bilingue
- Un'iscrizione con lo stesso testo in due lingue o scritture. Per chi decifra è preziosa soprattutto quando una delle versioni è leggibile.La Table au Lion accadico-elamica del Louvre, da cui furono letti i primi nomi in elamico lineare.
- Proto-scrittura
- Un sistema di segni che registra numeri, proprietà o concetti, ma non registra sistematicamente la lingua parlata.I segni di Vinča sono considerati proto-scrittura o semplici simboli; per il rongorongo questa è una delle interpretazioni.
- Lega linguistica (Sprachbund)
- Un gruppo di lingue di origine diversa divenute simili nei suoni, nella grammatica o nel lessico in seguito a una lunga convivenza.Le lingue turche, mongoliche e tunguse, secondo l'opinione maggioritaria sulla questione altaica.
- Sostrato
- Tracce di una lingua estinta in un territorio, lasciate nella lingua che l'ha sostituita – di solito nei toponimi e nelle parole per piante, animali e oggetti locali.Le parole pregreche in -nthos in greco, come labyrinthos.
Lingue isolate sul globo
Tocca una lingua per vederla sul globo:
Fonti e letture consigliate
- Andrew Robinson: Lost Languages. The Enigma of the World's Undeciphered Scripts. McGraw-Hill 2002.
- Peter T. Daniels, William Bright (eds.): The World's Writing Systems. Oxford University Press 1996.
- Lyle Campbell, William J. Poser: Language Classification. History and Method. Cambridge University Press 2008.
- David W. Anthony: The Horse, the Wheel, and Language. Princeton University Press 2007.
- R. L. Trask: The History of Basque. Routledge 1997.
- Glottolog 5 (lingue e loro classificazione).